Il Santiago Bernabeu si infiamma come durante le partite di calcio. Forse persino di più. Viva il Papa e un lungo, ripetuto applauso dagli spalti dove siedono in oltre 80mila accompagna l’ingresso del Pontefice nello stadio madrileno. «Oggi la Chiesa di Madrid ha fatto un goal per sempre», sottolinea Prevost.

Per l’ultima notte in città prima della partenza per Barcellona, Leone XIV sceglie di incontrare tutta la diocesi, in realtà tre in una perché quella di Madrid comprende anche le diocesi di Alcalá de Henares e quella di Getafe.

Il cardinale José Cobo Cano gli assicura che le tante voci che sente - le diverse testimonianze dei laici, con Susana Arregui, di un padre con due figli disabili, Jesús Moure, dei sacerdoti, come Fausto Calvo, di una famiglia migrante, quella di Jorge Barco e Liliana Torres che arrivano dal Perù, di Álvaro, un giovane adulto che ha appena ricevuto i sacramenti dell’iniziazione cristiana – vogliono cantare insieme. Per essere, con voce sinodale, «un cantico nuovo in mezzo alle nostre diocesi, una presenza che non si impone ma che attrae; che non ha bisogno di alzare la voce ma che giunge al cuore di chi desidera ascoltare». Forse così, ribadisce il cardinale, «nella nostra provincia ecclesiastica, qualcuno potrà riconoscere, senza bisogno di troppe spiegazioni da parte nostra, che quel canto non nasce soltanto da noi, ma da Dio, e che in esso abita una speranza che vale la pena ascoltare».

Una voce alla quale il Papa vuole aggiungere la sua. «Cantare è un bisogno che attraversa la convivenza e interpella la cultura, la provoca a restare aperta e in costante divenire», dice il Pontefice. Parla di un popolo che «ama la musica, la danza e lo stare insieme», ma che conosce anche «conflitti, rassegnazione, talvolta disperazioni, situazioni che il Vangelo può aprire alla speranza».

Invita i credenti a testimoniare il Vangelo «nella capitale di un grande Paese europeo, sede di Istituzioni e Organizzazioni in cui si prendono importanti decisioni per il presente e il futuro, ma anche meta di milioni di visitatori e di fratelli e sorelle alla ricerca di nuove opportunità».

Chiede che la gioia sia vera e contagiosa, non l’emozione di un momento, e che porti a tutti l’amore. «Anche oggi», spiega, «l’amore di Cristo ci spinge – il verbo che usa San Paolo, synèchei, significa anche “ci avvince”, “ci tiene uniti”, “ci possiede” – e così ci chiama alla responsabilità dell’azione». È il Battesimo che «cambia davvero la vita», perché la grazia trasforma quello che già c’era dentro ciascuno di noi. In Cristo ritroviamo l’unità che non è mai uniformità, a combinare le differenti voci in una «comunione nella diversità». Cristo ripristina «l’intesa scomparsa a Babele, dove tutti, secondo il racconto biblico, costretti in un progetto totalitario e solamente umano, finirono col non capire più il proprio vicino». A Babele, come ha spiegato nell’enciclica Magnifica humanitas, va preferito il progetto di Neemia che «coinvolge l’intera comunità nella ricostruzione di Gerusalemme». Oggi ricostruire significa «riconoscere che, nella pluralità di voci e di visioni che talvolta ricorda la dispersione delle lingue, esiste comunque una possibilità luminosa: quella di edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità». In quest’opera condivisa la forma della costruzione che danno i cristiani è «orientare l’agire a Dio, perché alla sua luce il pluralismo non si disperda nel disordine, ma, nella pratica della sinodalità, diventi lo spazio in cui l’umanità ritrova le sue solide fondamenta e il suo fine ultimo».

C’è un rapporto speciale tra Chiesa e città. Un rapporto che si realizza «fra persone in carne e ossa, nelle relazioni di lavoro e di prossimità, ma non di meno nelle diverse comunità, associazioni, realtà di quartiere» e la missione cristiana ha una sua specificità. La domanda, maturata anche attraverso il cammino sinodale, è come fare per far arrivare ciò che siamo e operiamo come cristiani nei luoghi dove «si formano i nuovi racconti e paradigmi», ovvero ai «nuclei più profondi dell’anima delle città». La risposta è difficile, ma non impossibile se insieme si cerca la verità. Per questo non bisogna rimanere chiusi nei gruppi dove ci si sente al sicuro. «Per arrivare al cuore della città occorre coltivare la consapevolezza che la verità è sinfonica e sempre ci supera», dice Leone, «coltivare il desiderio di trovare il Risorto che è sempre più avanti di noi, ci precede e forse è già presente dove ancora non lo abbiamo cercato. Cercarlo e seguirlo è infatti condizione per indicarlo: non c’è altrimenti evangelizzazione». Bisogna ridisegnare nuove mappe per non fare dell’annuncio del Vangelo qualcosa di impersonale e ripetitivo. Bisogna riuscire a condividere con tutti «la Grazia che abbiamo ricevuto» perché «tutti, nessuno escluso, sono fatti per la vita e la vita in pienezza. La presenza della Chiesa in una grande città è parabola di questo mistero di salvezza». Parla del libro del profeta Giona e ricorda che è stato proprio nelle città che gli Apostoli – trovandovi rifiuto, ma anche accoglienza – hanno impiantato la Chiesa nascente.

Per questo invita la Chiesa diocesana a offrire una testimonianza evangelica in grado di liberare «le migliori energie di un’umanità bombardata di immagini e di parole, ma affamata di giustizia e assetata di verità». Chiede di aver fiducia «nel fatto, sempre più evidente, che si può tornare alla fede o conoscerla per la prima volta in età adulta. Disponetevi ad accogliere i nuovi inizi non come eccezione, ma come regola della missione». E sui consigli parrocchiali e diocesani insiste sull’obiettivo di «modificare la sensibilità di ciascuno grazie a un più profondo ascolto di ciò che lo Spirito dice alla Chiesa. È un peccato ridurli ad adempimenti burocratici. Sono luoghi di reciproco ascolto per l’esercizio del discernimento, senza il quale non solo ognuno va per la sua strada, ma rischiamo di non intendere dove il Signore ci vuole, in che cosa ci attende, a quali conversioni ci chiama». Quando ci si ascolta, invece, «il culto diventa vita e fra le persone sorgono legami di fraternità e progetti di solidarietà».

Ai sacerdoti chiede, senza distogliersi dall’essenziale, di fermarsi regolarmente con il popolo «a interpretare la vita dei quartieri, i cambiamenti culturali, le tensioni sociali, le pratiche ecclesiali alla luce del Vangelo». Pratica che «arricchirà e consolerà il vostro ministero. Aiuterà anche ciascuno e ogni comunità a uscire dall’isolamento e a provare la gioia dello Spirito Santo. È lo Spirito, infatti, che ci manca quando riduciamo la vita ecclesiale a una routine in cui ciascuno resta chiuso nelle sue abitudini e nel suo ruolo». Lo Spirito, invece, «suscita vocazioni e le compone in unità, provocando talvolta subbuglio, discussione, ricerca di equilibri ulteriori. Non spaventatevi di tutto questo: gustatelo! Le storie che questa sera abbiamo ascoltato dicono, anzi “cantano”, quanta vita c’è in questa Chiesa». Sottolinea la testimonianza di chi ha detto «Posso dire senza esitazione che amo profondamente la Chiesa, famiglia di Dio, dove tutti abbiamo un posto», oppure «Ho provato una grande gioia e responsabilità nel diventare un membro più attivo della comunità e nel condividere con il resto dei membri della Chiesa i miei doni». E ancora, riassume il Papa: «Per noi, servire non è solo un modo per aiutare, ma anche un modo per restituire tutto l’affetto e il sostegno che abbiamo ricevuto». Questa è la Chiesa. «Ecco la musica del Vangelo, col suo ritmo coinvolgente», conclude. «Quando arriva al cuore, fa dire, come alla sorella giunta a Madrid dal Perù, di sentirsi accolti a braccia aperte. In molti, come lei e la sua famiglia, provano un iniziale timore ad avvicinarsi, hanno sentito parlare di pregiudizi e delusioni. La bontà, anche di pochi, può vincere la paura di molti. Siate, per tutti, come una Bibbia aperta: sui vostri volti e nella vostra vita si possa incontrare la Parola di Dio. L’amore, infatti, è la lingua che fa sentire tutti a casa».