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C'è una vecchia Mitsubishi parcheggiata a Betlemme, sotto il sole della Cisgiordania. È ferma lì da mesi. Non è un'auto qualunque: è la papamobile con cui Francesco attraversò la folla di cristiani palestinesi nel 2014, la stessa dalla quale salutò con la mano quella gente che lo amava e che lui amava. Oggi quella papamobile è stata trasformata in una clinica mobile per i bambini di Gaza. Ha un medico, un infermiere, vaccini, kit per suture, test rapidi per le infezioni, ossigeno. Potrebbe curare fino a duecento bambini al giorno. Non si muove. Manca soltanto un permesso. Quello di Israele.
Il primo anniversario della morte di Papa Francesco, scomparso il 21 aprile 2025, coincide con la constatazione amara che uno dei suoi ultimi desideri, convertire la sua papamobile in una clinica mobile per i bambini e inviarla nella Gaza devastata dalla guerra, è ancora in attesa di essere realizzato. Non è una storia di burocrazia. È una storia di coscienza.
L'ultimo gesto di un uomo che non si è mai girato dall'altra parte
L'idea nacque in febbraio, quando Peter Brune, segretario generale di Caritas Svezia, si recò a Betlemme per vedere la papamobile lì custodita dal 2014. Insieme ad Anton Asfar di Caritas Jerusalem, propose di trasformarla in una stazione sanitaria mobile per i bambini di Gaza. Francesco accettò subito, dopo che il cardinale svedese Anders Arborelius glielo propose.
Il pontefice aveva affidato il progetto a Caritas Jerusalem nei mesi precedenti alla sua morte, come risposta alla gravissima crisi umanitaria a Gaza, dove quasi un milione di bambini erano stati sfollati.
Il veicolo è stato attrezzato con strumenti diagnostici, kit per suture, siringhe, test rapidi per infezioni, ossigeno, vaccini e un frigorifero per i farmaci. È pronto. Le équipe mediche sono pronte. Manca soltanto il permesso. Francesco lo sapeva. Fino all'ultimo giorno aveva vissuto la tragedia di Gaza non come un'astrazione geopolitica ma come una ferita personale. Il Vaticano ha confermato che il pontefice mantenne un contatto quasi quotidiano con la piccola comunità cristiana di Gaza durante la guerra, offrendo preghiere, solidarietà e appelli per la pace. Era noto che telefonasse ogni sera alla parrocchia di Gaza. Non erano chiamate di protocollo. Erano chiamate di uomo a uomo, di padre a figli.
Il «Veicolo della Speranza», questo il nome scelto per la clinica, porta con sé tutto il peso simbolico e umano di quell'affetto. «I bambini si siederanno sulla sedia del Santo Padre e saranno curati come i miracoli che sono», disse Brune. «Il papa voleva portare l'attenzione sulla situazione dei bambini di Gaza.»


La burocrazia come arma
A dicembre Caritas Jerusalem era stata inclusa in una lista di 37 organizzazioni non governative straniere alle quali le autorità israeliane avevano ordinato di cessare ogni attività, dopo che queste non avevano rispettato i nuovi controversi requisiti di «sicurezza e trasparenza», inclusa la divulgazione dei dati del personale.
Da allora, il Patriarcato Latino di Gerusalemme ha sostenuto con successo che le nuove norme non si applicano a Caritas Jerusalem, poiché questa opera «sotto l'egida e la governance dei Vicari Cattolici della Terra Santa», godendo di uno status giuridico speciale e consolidato nel tempo. Riguardo al Veicolo della Speranza, Caritas ha dichiarato alla BBC di essere «in dialogo con le autorità» e che il permesso per la papamobile è in fase di elaborazione attraverso la Chiesa. In fase di elaborazione. Un anno dopo.
Nel frattempo, secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, solo la metà degli ospedali di Gaza è parzialmente funzionante e l'assistenza medica specializzata è in larga misura indisponibile.
«La storia ci giudicherà»
Il cardinale Arborelius, l'uomo che portò l'idea a Francesco e che oggi ne custodisce il testimone, non usa giri di parole. «Negare cure mediche ai bambini significa attraversare una linea morale che dovrebbe turbarci tutti», ha detto. E ancora: «La storia ci giudicherà per come risponderemo alla sofferenza dei bambini a Gaza e altrove. Ma prima che la storia ci giudichi, dobbiamo rispondere a qualcosa di più profondo: la voce della coscienza, e per i credenti la chiamata di Dio, che chiede se siamo stati capaci di riconoscere la dignità di ogni vita umana quando era più ferita e più indifesa».


«È un'azione puramente umanitaria, non ha nulla a che fare con la politica», dice il cardinale. «Potrebbe essere molto importante per tutti. Mostrerebbe la buona volontà delle autorità israeliane, darebbe speranza alla gente, e dimostrerebbe che in qualche modo l'eredità spirituale di Papa Francesco viene rispettata». L'eredità spirituale di Papa Francesco. È proprio questa la posta in gioco. Non si tratta soltanto di una clinica, per quanto necessaria, per quanto capace di salvare vite. Si tratta del messaggio che il mondo vuole mandare ai bambini di Gaza: che qualcuno li vede, che qualcuno li considera degni di cura, che la loro vita ha un valore che nessuna guerra può cancellare.
Francesco l'aveva capito fino in fondo. «Non sono statistiche. Sono nomi, volti, storie», aveva detto in dicembre, insistendo che la sofferenza dei civili, soprattutto dei bambini, non poteva essere liquidata. Un veicolo fermo a Betlemme. Duecento bambini al giorno che potrebbero essere curati e non lo sono. Un permesso che non arriva. È questo, oggi, il modo in cui viene trattato l'ultimo desiderio di un papa che aveva scelto il nome Francesco non per caso.










