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Donald Trump alla Casa Bianca
Donald Trump parla sempre. Attacca, provoca, rivendica, si autocelebra. Il silenzio, per lui, è quasi un’anomalia. Eppure, mentre papa Leone XIV, martedì pomeriggio, entrava al Policlinico Gemelli per sottoporsi all’intervento chirurgico per l’asportazione di un nodulo maligno al polmone, dalla Casa Bianca non arrivava una parola pubblica di augurio. Poi, solo a intervenuto avvenuto e tre giorni dopo dall’annuncio che lo stesso Leone aveva dato all’Angelus di domenica scorsa, il presidente americano si è fatto vivo: «Mi auguro che Papa Leone si rimetta presto. Vogliamo semplicemente trasmettergli tutto il nostro affetto e i nostri migliori auguri», ha detto non in una nota ufficiale o su Truth, il suo social personale dove, in media, pubblica 20 post al giorno, ma parlando con i giornalisti dopo un comizio in Arizona.
Ma anche in un momento come questo Trump non ha resistito alla tentazione di riportare tutto a sé, ricordando che il fratello del Pontefice, Louis Prevost, che vive in Florida, è un suo sostenitore: «È un mio amico. È una persona fantastica e, insieme alla moglie, è un mio grande sostenitore», ha detto, «la loro casa è piena di simboli Maga. Suo fratello ama molto il Papa».
Insomma, a quanto pare, persino un augurio di guarigione, rivolto a un Pontefice, può diventare l’occasione per sventolare una bandiera politica. Di pessimo gusto, senza dubbio, ma perfettamente coerente con lo stile di Trump.


"Ciao Papa,mi dipsiace che stai male guarisci presto, Sofia, 4 anni'': uno dei messaggi lasciati per il Pontefice davanti all'ospedale Policlinico Gemelli
(ANSA)Il problema, però, è soprattutto il silenzio che ha preceduto queste parole. Trump è un presidente che commenta tutto, interviene su tutto, non perde occasione per attaccare avversari e rivendicare successi. Proprio per questo, il suo silenzio di fronte alla malattia del Pontefice non poteva passare inosservato. Tanto più che anche il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio, entrambi cattolici, non avevano inizialmente fatto sentire pubblicamente la propria voce.
Un silenzio che arriva dopo mesi di attacchi durissimi da parte del presidente americano nei confronti del Papa, il primo nella storia della Chiesa nato negli Stati Uniti. Leone XIV ha criticato le politiche migratorie e l’operato dell’ICE dell’amministrazione Trump e ha condannato la guerra contro l’Iran, chiedendo di fermare la spirale di violenza. Trump ha reagito attaccandolo direttamente su Truth, definendolo «debole contro la criminalità» e «terribile in politica estera», invitandolo a comportarsi da grande Papa e non da politico. Leone ha risposto con grande fermezza di non avere paura dell’amministrazione americana e di voler continuare a parlare contro la guerra, per promuovere la pace, il dialogo e il multilateralismo. Una contrapposizione che ha investito anche il significato stesso delle parole cristiane, contese tra la logica della forza e l’appello evangelico alla pace.


Fedeli in preghiera davanti alla statua di san Giovanni Paolo II all’esterno del Policlinico Gemelli di Roma, dove è ricoverato papa Leone XIV
(ANSA)Vance ha poi affidato a X la preghiera della sua famiglia per la salute del Papa, augurandosi che Leone XIV sappia di essere nei pensieri di milioni di cristiani americani. Un messaggio sobrio, senza rivendicazioni politiche.
Trump, invece, è arrivato diversi giorni dopo l’intervento. E anche quando ha scelto di augurare al Pontefice una pronta guarigione, non ha rinunciato a riportare la conversazione sul proprio mondo, sui propri sostenitori, sul marchio Maga.
La salute di qualsiasi persona, tanto più se si tratta di un Papa, non è una questione di schieramenti. E la solidarietà, soprattutto davanti alla malattia, non dovrebbe avere bisogno di certificati di appartenenza. Più che le parole pronunciate in ritardo, colpisce ciò che Trump ha sentito il bisogno di aggiungere.






