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«Poiché le guerre nascono nello spirito degli uomini, è nello spirito degli uomini che devono essere poste le difese della pace». Parole, dice papa Leone riprendendo il preambolo che dette vita all’Unesco, che «conservano una sorprendente attualità». Tutt’altro che un discorso di circostanza, il suo. A 75 anni dall’inizio dei rapporti bilaterali tra la Santa Sede e l’organismo delle Nazioni Unite, Prevost torna a Parigi, nella sede dell’Unesco che qui è nata nel 1945, per rivolgersi, 46 anni dopo il discorso di Giovanni Paolo II all’Agenzia nata per promuovere l’educazione e la concordia tra i popoli. Sottolinea subito di essere lieto di trovarsi in «questa assemblea delle Nazioni dove linguaggi e culture si incontrano per cooperare a un progetto che coinvolge l’intera famiglia umana». E aggiunge: «Costruire insieme un mondo giusto è, infatti, il fondamento stesso della cooperazione internazionale».
Il Papa ha posto al centro l’educazione: «Nessuna educazione è completa se non affronta la questione del senso». Citando Giovanni Paolo II, ha spiegato che «educare significa aiutare l’uomo a “essere” di più e non solo ad “avere” di più, riconoscendo anche in lui quella trascendenza della persona che appartiene alla pienezza della sua umanità». Da qui la domanda fondamentale: «Che cosa significa essere umani?». Prevost ha spiegato che «anzitutto, l’uomo è colui che viene concepito e nasce: essere umani significa dunque, in primo luogo, essere figli» e quindi fratelli e sorelle. In secondo luogo «tutti nasciamo nudi e bisognosi. Siamo poveri per nascita: indigenti di pane e di parola, di cura e di affetto, cioè di tutto quel che nutre il corpo e lo spirito». Infine, terzo passaggio, occorre «fare memoria della nostra comune umanità» che «significa riconoscere che essa è magnifica, cioè piena di potenzialità, seppur segnata da molti mali e ingiustizie».
Di fronte ai conflitti che insanguinano il mondo, il Pontefice non ha esitato a definire la guerra «la più terribile delle “opere umane”». Perché «in essa la scienza stessa è posta a servizio di una volontà disumana di distruggere e uccidere».
E questo sta diventando sempre più pericoloso con l’intelligenza artificiale. Per questo «i nostri sforzi in quest’ambito devono far sì che le nuove tecnologie rimangano al servizio della persona umana, anziché diventare un ulteriore strumento di dominio e di ingiustizia». Il Papa ha denunciato il paradosso di una “intelligenza” attribuita alle macchine, a sistemi computazionali e, nello stesso tempo a una dignità umana che fatichiamo a riconoscere nelle altre persone umane «le cui vite vengono valutate con il criterio dell’efficienza e, quando ritenute non più produttive, respinte e scartate». E ha poi ricordato che sebbene i sistemi di Ia sono «in grado di correlare dati, non possono rispondere alle domande sul senso dell’esistenza umana, che affonda le sue radici nell’esperienza vissuta». Ma, ha ribadito, «gli esseri umani non possono vivere senza senso. Il senso è l’ossigeno della mente».
Come già nella sua enciclica Magnifica humanitas il Papa ha ripreso l’immagine della Torre di Babele che «rappresenta un’unità imposta attraverso il dominio». Ad essa si oppone la piazza di Pentecoste: «Non la prepotenza di Babele, ma la pace di Pentecoste rende possibile una tale comunione tra tutti i popoli». Il criterio di verifica resta la cura dei più fragili: «La pietra di paragone, che permette di valutare questo nostro impegno, è la cura che abbiamo per i più piccoli e poveri: bambini nel grembo materno e nei vari teatri di guerra, persone con disabilità fisiche e intellettuali, anziani, migranti e rifugiati, e tutti coloro che la superbia esclude come non produttivi».
Infine, l’appello alla fiducia: «Occorre promuovere una virtù che appare oggi tanto rara quanto desiderata: la fiducia; fiducia che le differenze non costituiscano necessariamente una minaccia; fiducia che il confronto sincero possa generare un bene maggiore di quello che ognuno potrebbe costruire da sé». E, insieme alla fiducia, anche la speranza che «ogni figlio che nasce porta con sé». Infatti «ogni uomo e donna che dedica la propria vita alla ricerca della verità compie un atto di speranza». Con una certezza: «dedicandoci tutti con coerenza alla nostra magnifica umanità potrà finalmente fiorire la pace».









