Un mio nipote sedicenne mi ha confidato di essere vittima di atti di bullismo. Gli ho fatto presente che, a suo tempo, era capitato anche a me, e che la persecuzione era cessata quando mi ero confidata con un professore. La sua reazione immediata è stata: «Hai fatto la spia!». Questo mi ha dato molto da pensare. Come si può travisare il significato delle parole, fino a definire “spia” non solo chi segnala all’autorità un fatto illecito, ma persino chi denuncia un torto che sta subendo? E questo in nome di una pretesa solidarietà che la vittima dovrebbe avere con il colpevole, contro il “comune nemico”, rappresentato dall’autorità...

GIUSEPPINA

Hai fatto bene a incoraggiare tuo nipote a chiedere aiuto. Chi subisce un’ingiustizia non fa la spia: esercita un diritto e cerca protezione. Chiamare “spia” chi denuncia il bullismo significa capovolgere la realtà e finire per proteggere chi fa del male.

Il silenzio non è solidarietà, è il terreno su cui il bullismo e ogni altra ingiustizia crescono. Educare i ragazzi significa anche insegnare che chiedere aiuto è un atto di coraggio, non di tradimento. Nessuno deve aver paura di denunciare. Nessuno deve sentirsi solo davanti alla prepotenza.

Chi chiamare per un problema di bullismo?

114 – Emergenza infanzia

Il numero 114 - Emergenza infanzia è un servizio di emergenza promosso dal Dipartimento per le politiche della famiglia e rivolto a tutti coloro che vogliano segnalare una situazione di pericolo e di emergenza in cui sono coinvolti bambini e adolescenti.