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Un momento di stanchezza di Papa Leone ripreso da uno scatto durante il suo viaggio in Africa. Umanissimo (REUTERS/Guglielmo Mangiapane)
Ci sono immagini che non appartengono all’immaginario collettivo. Una di queste è papa Leone XIV che chiama la sua banca di Chicago e non viene riconosciuto. Una scena che possiede qualcosa di cinematografico. Lui risponde diligentemente alle domande di sicurezza, fornisce tutti i dati richiesti, ma l’impiegata resta inflessibile: «Deve recarsi di persona in filiale». E allora quella figura, destinata a guidare oltre un miliardo di cattolici, si ritrova improvvisamente identica a tutti noi, ostaggio di password, Pin, codici Otp e procedure automatiche.
La frase a lui attribuita, «Vi ho dato tutte le risposte alle domande di sicurezza», è perfetta nella sua malinconia contemporanea. È questo che ha fatto sorridere il pubblico: non il Papa in difficoltà, ma il riconoscersi in quella scena.
Giulio Treccani
Il successo di questa scena, avvenuta la scorsa estate, nasce da qui: vedere il Papa intrappolato nelle stesse liturgie burocratiche che consumano le nostre giornate. Non il Pontefice distante e monumentale, ma un uomo costretto a ripetere password, Pin e domande di sicurezza a una voce che, anche di fronte all’evidenza di avere il Papa in persona al telefono, continua a rispondere: «Deve recarsi in filiale».
È un’immagine che ci ricorda quella, sorprendentemente quotidiana, di papa Francesco quando, nel settembre 2015, si recò in un negozio di occhiali: istanti che restituiscono umanità a figure normalmente percepite come irraggiungibili.
In fondo, più che ridere di quanto accaduto a papa Leone, sorridiamo di noi stessi: del call center che non ascolta, dell’app che si blocca, della tecnologia che promette semplicità e produce nuovi labirinti. Un piccolo racconto kafkiano del nostro tempo.







