Quando abbiamo tentato di avere figli, io e mia moglie, visto che non arrivavano, ci siamo rivolti a un ospedale di Bologna per dei controlli. Siccome però esistevano dei problemi da parte mia, abbiamo deciso per l’adozione. Prima abbiamo adottato Sabina e dopo tre anni Kusum, due splendide bambine indiane di colore, che oggi sono donne adulte. Quando non ci si pensava più che potessimo avere dei figli, mia moglie è rimasta incinta di Matteo. Ora lui ha 26 anni e ci ha confessato che è omosessuale. Io penso che è una benedizione di Dio e che siamo una famiglia fortunata. L’unica cosa che mi preoccupa è che la società in cui viviamo non accetta chi è di colore e chi è omosessuale.

UN LETTORE

Caro amico, la prima cosa che mi colpisce della tua lettera è una parola: benedizione. Tu guardi alla tua famiglia e non vedi problemi da risolvere o diversità da temere, ma tre figli ricevuti in modi differenti e tutti accolti come un dono. Sabina e Kusum sono entrate nella vostra vita con l’adozione; Matteo è arrivato quando ormai non ve lo aspettavate più. Tre storie diverse, un unico amore.

Mi sembra uno sguardo profondamente evangelico. Gesù non incontrava mai delle categorie, ma delle persone. Prima del peccatore vedeva l’uomo, prima dello straniero vedeva il prossimo, prima dell’escluso vedeva un figlio amato da Dio. Pensiamo al cieco nato, quando i discepoli gli domandano: «Chi ha peccato, lui o i suoi genitori?» (Giovanni 9,2). Vogliono trovare una spiegazione, una colpa, una categoria in cui rinchiuderlo. Gesù rifiuta questa logica e restituisce quell’uomo alla sua dignità. Anche nella parabola del buon Samaritano abbatte un confine che sembrava invalicabile. Proprio colui che era considerato straniero ed eretico diventa il modello del vero credente, perché ha saputo farsi prossimo. E quando Gesù afferma: «Ero straniero e mi avete accolto» (Matteo 25,35), ci consegna un criterio con il quale misurare la nostra fede. Capisco, dunque, la tua preoccupazione.

La discriminazione esiste e le persone omosessuali (nonché quelle di colore) possono ancora incontrare pregiudizio e persino violenza. Ma tu e tua moglie avete già fatto qualcosa di decisivo: avete costruito una casa nella quale nessuno dei vostri figli deve conquistarsi il diritto di essere amato. Matteo ha avuto il coraggio di confidarvi una dimensione intima della sua vita. Questo dice molto del rapporto che avete costruito. Ha saputo di poter venire da voi così com’è e di continuare a essere vostro figlio. Mi viene in mente il padre della parabola evangelica che, vedendo il figlio da lontano, gli corre incontro e lo abbraccia (Luca 15,20). Prima di ogni discorso viene l’abbraccio, perché l’amore di un padre e di una madre non è un premio da meritare. Gesù ci ha lasciato un comandamento esigente: «Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Giovanni 13,34). Quel “come io” è la misura cristiana dell’amore: un amore che incontra, ascolta, accompagna e non umilia mai.

Continua a considerare la tua famiglia una benedizione. Non potrai risparmiare ai tuoi figli ogni ferita, ma puoi continuare a offrire loro ciò che li renderà più forti: la certezza di avere una casa in cui essere accolti e amati. E forse la vostra famiglia, proprio attraverso le sue storie così diverse, testimonia una delle verità più belle del Vangelo: agli occhi di Dio nessuno è un’etichetta. Ognuno è anzitutto un figlio e una figlia.