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I riti funebri rappresentano un ponte tra il mondo terreno e quello spirituale, perché ci invitano a riflettere sulla caducità della vita e sulla salvezza dell’anima. Sono anche momenti di condivisione, che riuniscono parenti e amici che talvolta non si vedono da anni. Ritrovarli suscita malinconia: i volti cambiati rendono tangibile il trascorrere del tempo, che porta esperienza ma sottrae energie. Sta a noi accettare la fine della vita terrena con fede e amore divino. Per noi cristiani l’essenziale resta la salvezza dell’anima. Una coscienza pacificata ci aiuta ad affrontare serenamente l’incontro finale con il Mistero.
FRANCO P.
Il 2 novembre, giorno in cui commemoriamo i nostri cari defunti, ci invita a pensare alla morte in modo autenticamente cristiano: credendo che risorgeremo in Cristo e con lui e tra di noi vivremo in una comunione senza fine. È questo il desiderio più forte e intimo che riposa nel fondo del nostro cuore, spesso in modo inconsapevole: un amore incondizionato, che nulla potrà limitare o impedire, con Dio e tra di noi. Questa è la speranza che alimentiamo qui sulla terra con la liturgia (anche i funerali, certo!), la preghiera, la carità operosa che si esercita nel servizio concreto ai fratelli e alle sorelle in tutti i nostri ambienti di vita. Ma a volte mi chiedo: perché aspettare un lutto per cercarci, incontrarci, dirci quanto siamo importanti gli uni per gli altri? Riguardo alla “salvezza dell’anima”, infine, i cristiani non credono solo nella sua immortalità, ma anche nella risurrezione della carne. Non dimentichiamolo: sarà la persona nella sua interezza a essere salvata.





