Epicoco, Gesù veramente

Gv 14,1-6 - Venerdì della IV Settimana di Pasqua

Ogni volta che pensiamo alla figura di Giuseppe dovremmo farlo con grande gratitudine, non soltanto per ciò che ha fatto per Gesù e per Maria, ma per ciò che rappresenta per ciascuno di noi. In lui vediamo un cristianesimo possibile, concreto, incarnato nella vita di tutti i giorni. Giuseppe, infatti, non è solo un modello di vita spirituale nel senso astratto del termine, ma è colui che ci mostra come la vita spirituale si intreccia con la concretezza dell’esistenza. In lui non c’è separazione tra fede e vita, tra preghiera e lavoro, tra interiorità e responsabilità quotidiana.

Ricordare san Giuseppe lavoratore non significa semplicemente parlare del lavoro per “santificarlo”, ma comprendere che il lavoro è uno dei luoghi privilegiati della santità. È dentro ciò che facciamo ogni giorno che si gioca la verità della nostra fede. Le azioni che compiamo possono essere vissute in modo superficiale oppure con amore. Possono essere semplicemente eseguite oppure offerte. È proprio qui che si fa la differenza. Giuseppe ci insegna che nulla è insignificante. Che ogni gesto, ogni fatica, ogni responsabilità può diventare luogo di incontro con Dio. Non perché cambia ciò che facciamo, ma perché cambia il modo in cui lo viviamo.

La santità, allora, non è qualcosa di straordinario riservato a pochi, ma è la possibilità di vivere in modo straordinario ciò che è ordinario. Ed è proprio questa la lezione di Giuseppe: qualunque cosa concreta facciamo dentro la nostra vita può diventare materia di santità, se è vissuta con amore e nella presenza di Dio. Ecco allora il perché, in riferimento a Gesù nella pagina del Vangelo di oggi, che lo indica come il figlio del carpentiere non è un'offesa ma un privilegio.