Lc 4,31-37 - Martedì della XXII Settimana del Tempo Ordinario (2 settembre 2025)

Rimanevano colpiti dal suo insegnamento, perché parlava con autorità”. L’autorevolezza a cui fa riferimento il Vangelo di oggi non riguarda il posto che si occupa ma la convinzione di ciò che si dice. Gesù credeva in quello che diceva e questo lo rendeva credibile e autorevole agli occhi di chi lo ascoltava. Troppo spesso diciamo cose giuste senza nessuna vera convinzione. È questo che svuota le nostre chiese, che rende insipidi i genitori e insopportabili gli insegnanti, e potrei continuare la lista all’infinito.

Ma c’è un ulteriore elemento che rende Gesù autorevole: è la testimonianza della sua stessa vita. Egli infatti ha vissuto ciò che ha predicato. Questo lo rende insopportabile al demonio che invece troneggia lì dove si proclama una verità annacquandola, o si difendono i principi giusti senza crederci veramente o vivendo in controtestimonianza con essi. «Basta! Che abbiamo a che fare con te, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? So bene chi sei: il Santo di Dio!». Gesù gli intimò: «Taci, esci da costui!». Le parole del demonio ci ricordano che possiamo fare correttamente la nostra professione di fede (“Tu sei il Santo di Dio”) ma percepire Gesù come la rovina delle nostre scelte, dei nostri ragionamenti, delle nostre convinzioni più profonde.

Potremmo trovarci in una comunità cristiana che professa correttamente la propria fede e la difende anche in tutti i modi e poi però vive al contrario di essa. Anche se i padri della Chiesa insegnano che vivere in maniera sbagliata alla fine ci farà ragionare e pensare anche in maniera sbagliata. Molte derive teologiche forse nascono proprio da derive morali. In ogni caso ripartiamo dalla conversione della nostra vita e non percepiremo più Gesù come qualcosa di urticante.

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