E’ un piccolo frammento di papiro di 8,9 x 6 cm, scoperto in Egitto nel 1920 e ora conservato – con la sigla scientifica P52 – nella John Ryland Library di Manchester. Il suo valore unico è legato alla datazione attorno al 125 d.C. Le parole greche frammentarie della facciata anteriore e del retro sono tratte dal capitolo 18 del Vangelo di Giovanni. Siamo di fronte alla più antica attestazione testuale neotestamentaria che rivela la diffusione del quarto Vangelo già agli inizi del II secolo in Egitto.

Abbiamo evocato questo documento perché conserva poche righe di uno straordinario incontro di Gesù, ormai arrestato, con la massima autorità romana nella Palestina occupata, il governatore Ponzio Pilato (18,28-38). È una pagina di grande potenza letteraria, oltre che teologica: basterebbe leggere la sezione dedicata a questo colloquio dal romanziere russo Michail Bulgakov (1891-1940), nel suo capolavoro pubblicato postumo nel 1966, Il Maestro e Margherita. Vorremmo solo evocare qualche spunto di quest’opera che rilegge un confronto tra due mondi diversi, l’imperiale romano e il cristiano radicale. Nel romanzo Pilato emerge come un eroe complesso, tormentato nell’anima e perseguitato nel fisico dall’emicrania, sconcertato di fronte a un Maestro che gli propone un totale sistema alternativo di valori. Alla fine del romanzo Pilato ritorna in scena: guarda impietrito la luna e ai suoi piedi sono sparsi i cocci della brocca nella quale si era lavato le mani per evitare un giudizio su quel condannato che aveva un po’ sconvolto la sua indifferenza di funzionario e forse anche la sua coscienza inerte.

Ecco la sostanza di quel dialogo svolto forse attraverso un interprete (è poco probabile che Gesù sapesse parlare fluentemente in latino o in greco, l’inglese di allora). Pilato: «Tu sei re dei giudei». Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo». Pilato: «Dunque tu sei re?». Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo sono nato e venuto nel mondo, per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce». Pilato: «Che cos’è la verità?». Gli studiosi vedono in filigrana alle repliche di Gesù quella che definiscono l’“ironia giovannea”.

Infatti, tutto si gioca sull’ambiguità di due termini fondamentali: «re» e «verità», che per Pilato non hanno nessun senso in quel momento. Per l’evangelista, invece, sono da un lato la prossima glorificazione pasquale che rende già sulla croce Cristo re e salvatore dell’umanità, non però in senso meramente politico; d’altro lato, il concetto di «verità» sulle labbra del Cristo giovanneo è la rivelazione divina che egli è venuto a portare nel mondo. Tanto altro si dovrebbe dire riguardo a quel colloquio veramente unico. Noi concludiamo un po’ amaramente col racconto Il procuratore di Giudea (1902) dello scrittore francese Anatole France. Pilato, ormai pensionato, rievoca memorie del suo passato con l’ex collega governatore di Siria, il quale gli chiede: «Ponzio, ti ricordi di Gesù il Nazareno che fu crocifisso non so più per quale delitto? Pilato aggrottò le sopracciglia, si portò la mano alla fronte come chi vuole ritrovare un ricordo. Poi, dopo qualche istante di silenzio: Gesù – mormorò – Gesù il Nazareno? No, non ricordo».