Lo sfondo è quello del Lago di Tiberiade, detto anche Mare di Galilea (“mare” rende l’ebraico che usa un unico termine per indicare larghe distese di acque dolci o salate). La sua superficie è di 21x12 km; a nord vi confluisce il fiume Giordano che poi esce a sud-est: secondo la tradizione giudaica antica, non confonderebbe le sue acque con quelle del lago. Esso è collocato in una conca e la sua superficie è a 212 metri sotto il livello del mare, per cui spesso i venti che vi piombano ne sconvolgono la superficie.

Il dialogo che ora proponiamo ha come cornice questo lago, ma è segnato da un’originalità assoluta. Seguiamo il racconto di Matteo (14,22-33) che ha una replica in Marco (6,45-52) e una variazione in Giovanni (6,16-21). La scena è inizialmente quasi quotidiana: Gesù, pressato dalla folla attratta dalla moltiplicazione dei pani, ha lasciato che i suoi discepoli rientrassero a Cafarnao da soli. Le acque sono agitate a causa di un forte vento e, secondo l’evangelista, siamo «alla quarta veglia», che corre tra le 3 e le 6 del mattino.

La notte sta, quindi, per lasciare spazio alla luce dell’alba, ed ecco la sorpresa: «Gesù viene verso di loro camminando sul mare». Inizia qui il dialogo che coinvolge prima i discepoli che reagiscono: «È un fantasma!», mentre Cristo li rassicura: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Poi al centro sono collocati solo loro due, Gesù e Pietro. Costui sfida il Maestro: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque!». E Gesù: «Vieni!». L’apostolo inizialmente procede ma, colto dalla paura per il vento, comincia a sprofondare urlando: «Signore, salvami!».

La replica di Cristo è affidata a un gesto e a un monito. Lo afferra stretto con una mano e gli dice: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». La frase già svela il significato ultimo dell’intera scena che ha una forte carica simbolica, quasi fosse una parabola in azione alla maniera degli antichi profeti biblici (si pensi a Geremia ed Ezechiele). Gesù, infatti, non ama i prodigi da mago o illusionista o attore teatrale. L’atto compiuto, comunque lo si debba identificare nella sua realtà, ha come base proprio il «mare».

Nella Bibbia esso è quasi il simbolo del male: sono le «grandi acque» che attentano al creato rappresentato dalla terraferma, tant’è vero che Dio, bloccandolo sulla battigia gli ordina: «Fin qui giungerai e non oltre, qui si infrangerà l’orgoglio delle tue onde» (Giobbe 38,11). Non per nulla, nella nuova creazione dell’Apocalisse, Giovanni contempla i nuovi cieli e la nuova terra, «ma il mare non c’era più» (21,1).

Il messaggio di quel dialogo teso diventa, allora, chiaro: per attraversare il mare del male è necessaria la forza interiore della fede e, se essa si incrina, per non sprofondare ci si deve affidare alla mano ferma e sicura di chi domina quel mare, il Signore.

A suggello lasciamo ai nostri lettori di seguire sulla loro Bibbia un racconto parallelo e di analogo impatto emotivo, quello della tempesta sedata. Simile è il dialogo tra Gesù e i discepoli: «Salvaci, Signore, siamo perduti!». «Perché avete paura, gente di poca fede?» (Matteo 8,23-27).