Questo è il dialogo più drammatico e anche più sorprendente, perché, a prima vista, appare come un monologo dalla tonalità tragica. Chi parla, negli spasmi dell’agonia e con la gola riarsa, è Cristo crocifisso su quello sperone roccioso gerosolimitano detto in aramaico Golgota, in latino Calvario, forse per la forma tozza di cranio. È una scena capitale nella stessa storia dell’arte e dell’intera cultura occidentale. Il Vangelo di Giovanni è lapidario: «Gesù, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: Donna, ecco tuo figlio! Poi disse al discepolo: Ecco tua madre!» (19,26-27).
È, questo, un esempio altissimo di incontro-dialogo che ha come componente non solo la parola ma anche il silenzio. Maria, come era accaduto a Cana (un dialogo a suo tempo da noi già presentato), è interpellata come gýnai, «Donna». Un titolo non di freddo distacco ma di rispetto nella prassi orientale, un titolo sul quale la tradizione ha ricamato significati simbolici ulteriori, accostando Maria alla prima «madre di tutti i viventi» (Genesi 3,20), cioè Eva. Ora Maria diventa la madre di tutti i “discepoli amati”, incarnati proprio da quella figura che sta accanto a lei.
Silenziosa interlocutrice, straziata nel cuore davanti alla morte atroce del Figlio, Maria sta perdendo tutto ciò che ha amato. Eppure sulla base delle due frasi finali pronunciate da Gesù moribondo, è investita di una nuova funzione materna, quella di essere madre della Chiesa, una folla innumerevole di figli. È significativo che nel breve brano che racconta quest’ultima ora (Giovanni 19,25-27) per ben cinque volte è ripetuta la parola greca mêter, “madre”.
È vero, Maria risponde al Figlio col silenzio che non è, però, mutismo. In esso, infatti, si racchiude implicitamente una risposta che è quella iniziale della sua stessa vita di madre, quando a Nazaret aveva pronunciato una sorta di professione di fede e di abbandono fiduciario: «Ecco la serva del Signore: avvenga a me secondo la tua parola» (Luca 1,38). Un’adesione che ora ha il suo compimento.
È noto che nei Vangeli la Madre di Gesù parla solo sei volte (Luca 1,34; 1,38; 1,46-55; 2,48; Giovanni 2,3; 2,5). Eppure il silenzio del Golgota è un’ideale risposta alle parole del Figlio che sono ben più di un testamento finale, ma la rivelazione piena della missione affidata a sua madre e incarnata dalla presenza del «discepolo amato». Forte, comunque, è stata nei secoli la tentazione di porre sulle labbra di Maria parole di amore: si pensi alla bellissima “lauda” di fra Jacopone da Todi: «Figlio bianco e vermiglio, / Figlio senza simiglio, / Figlio a chi m’appiglio?... / Figlio dolze e piazente, / Figlio de la dolente…».



