Quando nasce un piccolino si rinnova il nostro sguardo sulla realtà. È allora che possiamo cogliere ciò che esiste come creazione, opera cioè di Qualcuno che ci ha donato la vita e che continua a farlo. Se è un dono – questo dobbiamo cercare sempre di vedere – è opera di uno che ci ama. Rinasce da qui, ogni volta, la chiamata ad aiutare tutti coloro che hanno troppe buone ragioni per dubitare della bontà del loro essere amati. Il sapiente ci invita a guardare, a contemplare questa magnifica opera. Come già proclamava Genesi 1, con il suo sette volte ripetuto “bello/buono” davanti alle opere divine, così Siracide svolge sotto i nostri occhi la tela di un dipinto immenso, fatto di bellezze e pericoli, molteplicità e unità, davanti al quale dovrebbe sempre, in qualsiasi situazione, sgorgare la nostra lode. Una magnificazione nutrita di umile gratitudine e consapevolezza che la vita ci supera da tutte le parti e che nessuna lode potrà bastare: «Non stancatevi, perché non finirete mai». C’è molto di più, vediamo solo qualcosa.
La lettera ai Colossesi esplicita la radice di questo mistero: Gesù. Il versetto 3, che non abbiamo letto, è la chiave: «Siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio». In Gesù siamo stati rifatti, veniamo rivelati, e tuttavia restiamo ancora nascosti a noi stessi, avvolti nel mistero di qualcosa che ci supera. Solo alla fine sarà manifestato. In questo nostro tempo teso tra la rivelazione passata di Gesù e la sua piena manifestazione futura, cerchiamo di custodire questo “oltre”, riconoscendo che, fino in fondo, non sappiamo chi siamo; e che siamo comunque destinati a molto più rispetto a ciò che desideriamo e crediamo di essere. Di nuovo, la lezione di Genesi 1 è imperdibile. Là si legge, infatti, che siamo stati fatti a «immagine e somiglianza» di Dio. Ma se questo è vero, e di Dio non sappiamo mai tutto, neppure possiamo sapere tutto di noi stessi – e figuriamoci degli altri! Dovremmo infatti leggere quel testo così: la nostra “identità” viene da Dio; siccome però l’abbiamo assai rovinata, non possiamo fare il percorso inverso, da noi a Lui, per comprendere qualcosa del Creatore. Creeremmo soltanto l’ennesimo idolo, a nostra immagine e somiglianza. Un Gesù che sembra “fuori posto” caratterizza il racconto evangelico. Prende l’iniziativa di partire in barca e i suoi lo seguono. Ma poi si scatena una tempesta che può uccidere, come in guerra, mentre Lui dorme, in pace. Noi siamo presi dal terrore, Gesù è tranquillo. Non possiamo fare altro che gridare la nostra paura, chiedere salvezza, destarlo dal sonno; e insieme insinuare un’accusa: «Ma dove ci ha portato?». Meriteremo un rimprovero, ma non riusciamo ad evitare la nostra agitazione. Gesù ci dice che la paura è l’avversaria della fede, non possiamo impedirla; ma controllarla sì. Alla fine il Maestro ci soccorre, placa la tempesta e noi siamo allibiti: «Chi è mai costui?». Il mistero di Gesù si infittisce. Ma invece di chiedercelo tra di noi, perché non chiediamo a Lui: «Chi sei, Signore e Maestro?». È l’unico che potrebbe darci risposta.


