Noi siamo adoratori di idoli? Immagino la risposta: certo che no! Adoriamo il vero Dio. Buona l’intenzione, però bisogna essere umili. Se i profeti continuano a richiamare su questo punto, e se i richiami sono rivolti non ai pagani – troppo facile – bensì al popolo dei credenti, non dovremmo forse almeno chiederci se le ripetute denunce profetiche ci riguardano almeno un po’? Magari potremmo scoprire, dolorosamente certo, ma onestamente, che anche noi ci facciamo falsi assoluti che prendono il posto dell’Unico che davvero lo è.

Isaia ci presenta un Dio che non sopporta la concorrenza di altri divini. Desidera l’esclusiva. Non perché sia geloso, possessivo, ma perché desidera è la nostra salvezza, il nostro bene, la nostra felicità. Se lasciamo che spazzi via dal cielo falsi dèi, allora saremo più liberi, meno violenti, finalmente disponibili ad apprezzare la realtà, la vita, anche quando la sperimentiamo fragile, provvisoria, o perfino avversa. Sappiamo per averlo incontrato più volte, che quando la Scrittura ci parla della giustizia divina intende esattamente questo: tutto ciò che esiste è buono, anche la tua vita, dunque, è giusto che ci sia e che non vada perduta. Solo il male, e ciò che impedisce gioia e felicità, non dovrebbe esistere.

Paolo ci invita a guardare avanti, qualunque cosa sia successa nel passato. Il tempo biblico è speranzoso, misericordioso, aperto alla destinazione buona di tutti e tutto. Fin dall’inizio, cioè dalla cacciata da Eden, ci viene ricordato che è inutile, anzi dannoso, vagheggiare un ritorno. Non c’è ritorno possibile, ci sono solo sempre nuovi approdi. Mentre cammini non guardarti indietro. Dunque, non fermarti, riparti: la perfezione non è uno stato bensì un moto, non consiste in una meta raggiunta ma è camminare senza fermarsi troppo, se non ogni tanto e per poco, al fine di riprendere fiato. Soprattutto non camminare da solo, cerca compagni e di viaggio. Certo, l’orizzonte terreno non può bastarci, occorre che si dilati guardando il cielo di Dio, la nostra vera patria. In questo modo camminiamo sulla terra: facendo il bene di questo mondo, se e perché siamo cittadini del cielo.

Al termine del discorso che raccoglie le parabole del regno, Matteo ci regala l’immagine della rete da pesca, cioè della raccolta divina di tutti e di tutto. Nulla andrà perduto. Naturalmente in questa raccolta c’è il buono e il cattivo; perciò, ci sarà anche una separazione che eliminerà tutto ciò che offende, diminuisce, corrompe la vita. Sì, Dio eliminerà il male, la sua giustizia si prenderà spazio e tempo per rinnovare il mondo. Gesù ci avverte: non fatevi buttare con l’acqua sporca, salvatevi dal male, non siate troppo cattivi.

La speranza che il Vangelo autorizza, però, è che Dio sarà irremovibile nel distruggere il male, non il cattivo; il peccato, non il peccatore. E se abbiamo qualche dubbio in proposito, avendo grazie allo Spirito il cuore di Gesù, dovremmo intercedere affinché nessuno – proprio nessuno – venga dimenticato, buttato via, distrutto. Se lo facciamo, il Padre, il Figlio e lo Spirito sorrideranno contenti. E anche noi avremo una speranza.