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La promessa del profeta è per il popolo, chiamato nuovamente all’ascolto che fa vivere. È il popolo dell’alleanza, ma non sempre – anzi, quasi mai – ha onorato l’impegno con il suo Dio liberatore e salvatore. Il richiamo è dunque necessario e raggiunge anche noi: a chi rivolgiamo il nostro ascolto? Al Dio che chiama all’impegno e offre gratis, oppure ad altri che chiedono soldi in cambio di facili guadagni? La domanda decisiva diventa: dove troviamo vero nutrimento per le nostre esistenze? La chiamata è per un compito, ci ha scelti per essere testimoni tra i popoli del Dio che chiama tutti: sconosciuti, stranieri, poveri, marginali… Questo faremo, però, se abbiamo conosciuto chi è Colui che chiama e offre a chiunque e sempre un’altra possibilità. È difficile comprendere, accettare, vivere questa verità di Dio, cioè la sua misericordia, il suo aver “cuore” per la “miseria” delle sue creature ovunque siano, chiunque siano. Per accettare che Dio sia così, dobbiamo aver ricevuto misericordia noi per primi. Se non l’abbiamo
sperimentata,semplicemente non abbiamo ancora incontrato il Dio vero.
Efesini ci illustra l’opera di Gesù, che chiede anch’essa un test di realtà. Se siamo davvero di Cristo, sperimentiamo la sua pace: non siamo più lontani, non c’è più separazione, inimicizia. Siamo stati riconciliati con il Padre e tra di noi, potendo finalmente vivere da sorelle e fratelli. Certo, siamo ancora in cammino, però la via verso «l’umano nuovo» è tracciata: cadono muri, ci si ritrova “parenti”, “famigliari di Dio”, interessati gli uni al destino degli altri. Nessuno più è straniero o ospite, tutti sono di casa. Nell’unica razza umana ci riconosciamo molto più simili che diversificati in etnie con proprie lingue, culture, luoghi, religioni. Queste differenze non sono più insuperabili. L’uomo Gesù, nuovo Adamo, è universale. E si fa strada con l’amore che è perdono, accoglienza reciproca, riconciliazione, amicizia. Tutto questo è ciò che la Bibbia chiama “pace”. Noi, siamo più vicini a questa nuova umanità, oppure al vecchio Adamo che – talvolta in nome di Dio – fomenta violenza e guerre?
Dunque Gesù è venuto a portare la pace. Lo ha fatto subito, evitando di vendicarsi di chi lo voleva morto sebbene appena nato. E lo fa con questo gesto di oggi: andare da Giovanni, mettersi in fila con i peccatori e ricevere lui stesso il battesimo. Non ne aveva bisogno e il Battezzatore glielo fa notare dando voce a un imbarazzo della Chiesa nascente: ma come? Tu, Colui che ho annunciato come il più grande, che viene a portare l’irresistibile resa dei conti, proprio tu vieni a farti battezzare come questi peccatori? Gesù risponde che questa è «giustizia», poiché sono proprio quelli feriti, mancanti, esclusi dalla comunità che si presume “santa”, ad avere bisogno di sentirsi dire che la loro esistenza non è casuale, meno che mai insensata o sbagliata. La voce del Padre conferma che il Figlio è amato perché ama. Infatti, sta dove deve stare e dove Dio abita da sempre: in mezzo agli ultimi, affinché nessuno possa pensare che la sua vita sia “ingiustificata”.




