L’ingresso nella terra promessa è descritto come l’uscita dall’Egitto: le acque, questa volta del Giordano, si dividono per far passare il popolo. È Interessante che il segno dell’uscita sia anche quello dell’entrata. Forse si vuole suggerire che la dinamica di “esodo”, cioè di uscita, debba restare come paradigma dell’esistenza di fede, che non può sentirsi mai a casa?

Un segno viene poi costruito per ricordare: dal fondo del fiume vengono prelevate dodici pietre in rappresentanza delle tribù che costituiscono il popolo. Il popolo non è una realtà compatta e omogenea, ma composita e differenziata. Forse Dio ha voluto che fosse sempre così? Il centro dell’episodio è l’arca dell’alleanza, che custodisce i segni della benevolenza divina durante il duro cammino nel deserto, e del patto – le tavole di pietra – che al Sinai Dio ha concluso con gli schiavi liberati. Quest’arca è andata perduta, ma la memoria che rappresentava non si è persa: è diventata, nella parola biblica, un memoriale di liberazione da custodire per sempre.

Nella visione che Paolo tratteggia scrivendo ai Romani, l’orizzonte si allarga. L’incontro dell’apostolo con Gesù di Nazaret ha sfondato le frontiere entro le quali il campione dell’integrità di Israele aveva confinato l’amore di Dio. Senza negare la persistenza dell’alleanza sinaitica e l’elezione di Israele, Paolo afferma che Dio non appartiene solo ai Giudei, ma a tutti. Dice che il dono della liberazione è stato fatto a tutti e che la Legge, che serve a non smarrire questo dono che è l’alleanza, vale per tutti. Ma solo se è una Legge che custodisce la memoria del dono e l’impegno di superare i confini che vengono continuamente eretti per rassicurarci riguardo ad una presunta identità etnica e religiosa.

Gesù ha appena detto che il Regno è come il lievito nella farina, che si perde in essa per farla fermentare tutta. E mentre l’evangelista lo ritrae nell’atto di attraversare città e villaggi senza fermarsi – in modo che nessuno di essi possa dire Gesù è (solo) mio/nostro – ecco che un tale, evidentemente turbato da troppa apertura, gli chiede se c’è ancora il numero chiuso.

La risposta del Maestro è straordinaria:non contate sull’elezione,sull’appartenenza etnica, sulla tradizione ereditata, addirittura su una presunta familiarità con le “cose” di Dio, per ritenervi al sicuro nel suo Regno. Non pensate che essere di Dio e con Dio vada da sé, che sia un possesso che non richieda un lavoro, una decisione. Qui non ci può essere alcun automatismo, come già avvertivano i profeti antichi a proposito del culto: venite nel tempio e poi tornate a casa ma la vostra vita non cambia, continuate a fare ingiustizia trascurando vedove, orfani, poveri e stranieri. Sempre cercheremo di far valere l’elezione: siamo nati cattolici, siamo a posto con la disciplina della Chiesa, andiamo a Messa. E perché allora ci dà tanto fastidio se Dio ama anche i lontani? Perché ci sentiamo trascurati e siamo arrabbiati se quelli là fuori, che per noi sono ultimi, agli occhi di Dio sembra che vengano prima?