Iesse, padre di Davide e quindi origine del messianismo, è la radice feconda dalla quale ancora – anche dopo la fine della monarchia – nascerà un liberatore. Isaia non parla della radice di Davide, bensì di quella di suo padre. Fa pensare che il profeta non annunci un figlio di Davide. Non si tratterà, cioè, di un erede di Davide. Egli sarà piuttosto altro rispetto a Davide. È importante non appiattire, come del resto suggeriscono bene i Vangeli, la figura di Gesù su quella dell’antico re, per evitare una “ideologia” regale che nei secoli non ha fatto bene alla Chiesa, soddisfacendo invece l’assetto di potere che ricercava. Questo «vessillo» si porrà a servizio di un’adunanza e di una liberazione, e porterà a un nuovo esodo. Sarà l’occasione di un nuovo cammino, di una nuova uscita dalla condizione di dispersione e schiavitù alla quale i rovesci della storia, religiosa e insieme politica, di Israele hanno condotto il popolo dell’alleanza. Il riferimento esplicito del profeta all’uscita dall’Egitto permette di sottolineare una struttura profonda della storia biblica, che attraversa e unisce Antico e Nuovo Testamento: l’incontro con Dio, la sua iniziativa verso di noi e per noi, è sempre in qualche modo una liberazione, un’apertura, un’uscita da condizioni di non-libertà, di chiusura, di stallo. Abbiamo bisogno di case, di ripari, di ciò che è noto. Tuttavia, Dio è il Dio dell’esodo, della strada, dell’esposizione – anche pericolosa – all’ignoto. Aver fede vuol dire fidarsi, affidarsi al Dio che chiede di mettersi sempre di nuovo in cammino.

San Paolo pensava di essere arrivato, di non dover cercare né altro né altrove, di essere, anzi, custode della casa (dottrinale ed etnica) del popolo eletto, sentinella dei suoi rigorosi confini. Questa chiusura, nella quale si considerava il primo giusto, alla luce dell’incontro con Gesù gli si è rivelata una schiavitù: ha compreso quanto fosse, invece, il primo dei peccatori. A questo incomprensibile scomodarsi di Dio nei suoi confronti Paolo ha dato il nome di misericordia, che è insieme perdono e cura.

Gesù avrà tra i suoi titoli quello di Messia, cioè consacrato (Cristo), e dunque Re. Sarà il vessillo annunciato da Isaia, benché l’adunanza e il nuovo esodo a cui darà inizio non sia riservato soltanto a Israele ma a tutte le genti. Ai suoi chiede cosa si pensi di Lui. La risposta, che riporta ciò che dice la gente, è che Gesù è un profeta. Egli vuole però conoscere cosa pensino loro, i suoi amici più intimi, quelli con i quali condivide la sua missione. Pietro dà a nome di tutti una risposta che suona più come un desiderio, visto che finora Gesù ha dato a vedere più profezia che potere regale: «Per noi sei il Re mandato da Dio». La reazione di Gesù è duplice: da una parte chiede la consegna del silenzio sulla sua dignità di re; dall’altra parla apertamente del suo destino di perseguitato e ucciso. Morire, tuttavia, non sarà la fine ma aprirà un futuro che dura fino ad oggi e che riapre continuamente la storia, soprattutto dei più abbandonati. Per questo nel Vangelo di Luca, durante la trasfigurazione, Gesù parlerà con Mosè ed Elia del suo (e nostro) «esodo».