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Malachia, il cui nome significa “mio messaggero / angelo”, annuncia la venuta dell’«angelo dell’alleanza», colui che prepara la via di Dio. Il Signore verrà, ed entrerà nel suo tempio. Da qui purificherà il popolo dalle sue ingiustizie. Tutti i profeti fanno questo: richiamano il popolo, a cominciare dai suoi capi, affinché ritorni nell’alleanza che il Signore ha offerto e continua ad offrire, ma che non riusciamo ad onorare. Alleanza significa reciproca appartenenza, fedeltà, amore. Essa ci fa conoscere un Dio che ama e ci tratta da adulti, aspettandosi da noi la stessa “giustizia” che anima il suo modo di vivere le relazioni. L’alleanza, e la Legge che la custodisce, dovrebbero da sempre servire a fare la giustizia divina, cioè a proclamare ai meno fortunati che anche la loro vita agli occhi di Dio è “giustificata”: nessuno è al mondo per caso; meno che mai per sbaglio. Tutti sono unici e imperdibili, nessuno è superfluo e a perdere. Tuttavia la storia biblica racconta un’altra realtà. Rivelando la giustizia secondo Dio, la Bibbia svela inevitabilmente anche le nostre molte ingiustizie: «Io mi accosterò a voi per il giudizio e sarò un testimone pronto contro gli incantatori, contro gli adùlteri, contro gli spergiuri, contro chi froda il salario all’operaio, contro gli oppressori della vedova e dell’orfano e contro chi fa torto al forestiero» (Malachia 3,5). Molte sono le conversioni alle quali siamo chiamati dal Dio che viene. La Legge ci ingiungeva solidarietà e accoglienza. San Paolo scrivendo ai Gàlati ricorda loro il dono di una adozione che in Gesù ci ha resi adulti, responsabili, eredi della stessa figliolanza di Cristo. Sì, tutti siamo figli del Re, dunque nessuno dubiti o svenda la sua infinita dignità. Soprattutto consideri gli altri, chiunque siano e in qualunque modo appaiano, portatori dello stesso valore. Nessuna differenza religiosa, sociale, di genere, ecc. può stabilire una gerarchia tra le persone. Tutti valiamo allo stesso modo agli occhi di Dio. Siamo incaricati di essere gli “angeli” di questa giustizia. Il Vangelo ci fa leggere la parte del prologo di Giovanni che riguarda il Battista. Nel quarto Vangelo il Precursore è il modello del testimone. Egli ha il compito di essere con la sua vita un rimando a Gesù. Il vero testimone, anche in tribunale, non attira l’attenzione su di sé, piuttosto indica la verità, affermando onestamente che l’ha vista ma non la possiede: ci invita piuttosto a credere in essa. Se poi la verità che il testimone attesta è la persona di Gesù, egli ci dice che lui non è Gesù, e ci chiede di guardare al Figlio che è stato inviato per rivelarci che possiamo entrare nella stessa relazione che egli vive con suo Padre. Per questo Gesù ha preso la nostra “carne” per sempre, portandola nel cuore di Dio con la sua ascensione. Così anche Gesù, che è testimone e mediatore, ci consegna, senza invidia e senza tenere per sé alcun privilegio, all’amore di Colui che ci ha generati e ci custodisce nella vita per sempre: l’Abbà-Padre



