Osea brilla nel firmamento profetico come stella luminosissima, capace di anticipare di ben otto secoli la buona notizia della divina misericordia. È il più antico dei profeti, insieme ad Amos, e a lui dobbiamo l’invenzione dell’immagine dell’alleanza come matrimonio tra Dio-marito e la sua sposa-popolo. Gli stralci del capitolo 2 che leggiamo ci restituiscono il dolore di un marito ferito dall’abbandono della sua amata sposa: ella preferisce (ancora e ancora) correre dietro a molti amanti che le promettono gli agi di una vita facile, dimenticando tutto quello che Dio ha fatto per lei. Dimentichiamo forse perché il dono più grande che Dio ci fa è quello di volerci grandi, adulti, capaci di camminare nella responsabilità. Si tratta della via lunga, difficile, a differenza di quella che appare breve e facile. Se scegliamo la seconda vivremo una cocente delusione: gli idoli non mantengono le promesse. Ma a quel punto Dio ci riprenderà? Avrebbe infatti motivo per ripudiarci definitivamente. Leggendo siamo percorsi dal brivido: il Dio liberatore, infatti, sembra adirato e deciso a infliggere la punizione definitiva; ma si trattiene, sceglie un’altra strada sebbene questa lo esponga a ulteriori ferite. Desidera che la sua amata ritorni a Lui come moglie, nuovamente innamorata, e non invece che torni a Lui col capo chino della schiava impaurita. Dio non sa cosa farsene di figli e figlie conquistate con minacce e punizioni. Non ci vuole schiavi ma liberi, non spaventati ma gioiosi, non costretti dal bisogno ma pieni di gratitudine per un amore rinnovato e immeritato. La lettera ai Romani ribadisce il primato del dono e del perdono. «Non c’è condanna», l’amore offre e si offre sempre come una nuova possibilità. Paolo riconosce in Gesù e nel suo Spirito l’adempiersi della profezia antica, quella che annunciava la conversione a Dio e l’adesione a Lui propiziata dalla sua grazia e realizzata nel cambiamento del cuore e dello sguardo, della volontà e dei sentimenti; non senza la nostra collaborazione, ma con l’aiuto decisivo dell’amore che precede, supera il nostro male e motiva a una vita finalmente rinnovata.

Luca questo Dio ce lo narra nella parabola. È un Padre che ha figli disastrosi, che però non ripudia. Semmai è Lui a rischiare di essere ripudiato e frainteso. La vicenda è nota e si ripete fino ad oggi: un figlio, il più piccolo, vuole emanciparsi e rischia la rovina definitiva. Finalmente si ravvede e ritorna, pensando che non potrà più essere considerato figlio; l’accoglienza entusiasta e travolgente del Padre lo sorprenderà. L’altro figlio, il maggiore, davanti alla casa in festa per aver ritrovato un figlio «che era morto ed è tornato in vita», viene preso dalla rabbia e non vuole partecipare alla gioia. Si rivela risentito e meschino, eppure non si è mai allontanato, né ha disobbedito. L’osservanza dei comandi non basta per comprendere l’infinito amore del Papà divino. Bisogna saper partecipare di cuore al suo amore. Le ultime parole del Padre sono per lui – «non bisognava far festa?» –, e attendono la sua risposta positiva perché senza di lui non sarebbe vera festa.