Rimasto a lungo al cospetto di Dio, Mosè scende dal monte e chi lo incontra si spaventa e fugge. Il suo viso è cambiato, si è trasfigurato. Emana una luce della quale egli non è consapevole. Belli i tempi in cui non c’erano specchi, per cui si aveva bisogno di qualcuno che, guardandoci, ci dicesse cosa vedeva. Era l’unico modo per farsi un’idea di sé stessi. Avevamo accesso, allora, in un sol colpo a due verità: quella che riguardava noi stessi e che, venendo da fuori, era senz’altro più vera di ciò che amiamo raccontarci contemplandoci in solitudine; e la verità che senza gli altri non sappiamo chi siamo e, perciò, abbiamo letteralmente bisogno di loro per sapere di esistere e di essere quello che siamo. Mosè si vide costretto a velare il proprio volto. Un pieno disvelamento non poteva essere sopportato e c’era di bisogno di velare di nuovo quanto trapelava dalla luce del suo volto. Sostare alla presenza di Dio ci cambia? Qualcuno, con nostra sorpresa, se ne accorge?

Nella lettera Paolo ci dice che la speranza che viviamo ci permette di essere “franchi”, cioè espliciti nel rivelare fino in fondo ciò che ci ha trasfigurato e continua a trasfigurarci. Siamo figli nel Figlio Gesù, donne e uomini riempiti dello Spirito divino. Uno Spirito che dovrebbe trasparire dal modo in cui ci poniamo rispetto agli altri e dalla libertà con cui lo facciamo. Di più, possiamo essere riflesso di Gesù stesso, diventati noi uno specchio per la storia degli uomini dove, chi vorrà vedere, potrà percepire un riflesso del Maestro di Nazaret. Certo, vedrà solo se intuirà che è possibile uno sguardo diverso sulla realtà, capace di apprezzare una bellezza che non si impone, e che per molti non solo è nascosta, ma non è neppure bellezza.

Davanti a un cieco ecco nel Vangelo la domanda sbagliata: di chi è la colpa? Sembra infatti che si tratti di una punizione per qualche male fatto da lui o che ha ereditato dai suoi. Non è una domanda bensì un’azione quella che l’incontro con il cieco rende urgente: togliere quel male che non è colpa di nessuno e che tuttavia mortifica una vita. Il cieco lo è dalla nascita, per questo Gesù lo guarisce senza che venga richiesto di farlo e senza chiedergli se lo vuole. Chi è nato così non sa che la sua vita potrebbe essere assai differente. Tornato dalla piscina, ci vede. Chi lo incontra non sa più chi è: lo vede diverso, e insieme gli pare sia lo stesso. Alla fine, per disinnescare l’inquietudine, si rassegnano a dire: «Non è lui, ma gli assomiglia». Naturalmente l’ex cieco si sente quello di sempre, anche se apprezza moltissimo il cambiamento sopravvenuto nella sua esistenza. E assicura: «Sono io!». E chi lo ascolta incomincia a indagare, sospettando che sotto ci sia qualcosa di male. Invece c’è davanti a loro solo una vita salvata, gratis. L’esito della vicenda è assai triste e richiama la croce di Gesù: in un mondo di ciechi che non sanno di esserlo, chi ci vede è talmente disturbante che rischia di essere sospettato, emarginato, e alla fine eliminato. Noi dovremmo conoscere la nostra cecità. Chiediamo al Signore di togliercela.