Gesù è stato elevato in alto e non lo vedono più. È iniziato il tempo in cui dovranno essere loro, e dopo di loro dovremo essere noi, gli eredi della missione del Figlio, i responsabili del Vangelo. Ritornano in città, nella stanza al piano superiore – quella dell’ultima cena –, e il narratore enumera gli apostoli e i loro nomi. Ricorda anche la presenza di alcune donne e di Maria, la madre di Gesù. Se nel suo Vangelo Luca è stato molto attento alla figura di Maria e delle altre donne discepole di Gesù, negli Atti questa è l’ultima menzione che fa di esse. Ormai l’inculturazione del Vangelo nella cultura greco-romana patriarcale e imperiale è cominciata. Con essa, si fa strada la marginalizzazione delle donne nella vita di una Chiesa che rispecchia sempre più la cultura di quel mondo. Gesù le aveva emancipate, la Chiesa le ha di nuovo sospinte nelle periferie da cui erano state tolte. Forse era inevitabile, come ha detto e scritto qualcuno, per farsi capire da quella cultura. Ma allora perché oggi continuiamo ad evitare l’inculturazione del cristianesimo in questa nostra cultura moderna dei diritti e dell’uguaglianza uomo-donna?

Forse i nostri padri potevano resistere almeno un po’ a quella cultura patriarcale, se è vero, come scrive Paolo nell’epistola, che il Vangelo ci chiede sempre l’onestà di riconoscere che è e resta diverso, e che noi non annunciamo noi stessi – la nostra etnia, la nostra cultura, i nostri interessi, le nostre ideologie, ecc. – bensì Cristo Gesù Signore. Questa differenza, tuttavia, deve essere chiaro che non è contrapposizione, non è una gara per la vittoria, tanto meno una guerra per il dominio del mondo. È dall’inizio alla fine un ministero (cioè servizio) che nasce dalla misericordia ricevuta e dalla gratitudine che spinge all’impegno di viverla verso tutto e tutti. Se il Vangelo non viene “normalizzato” in nessuna cultura è per eccesso, non per difetto, ma un eccesso che si manifesta in un di più di luce, di bene, di pace, di vita. Può essere avvertito come una minaccia, ma non perché lo sia, piuttosto perché chi ascolta si sente messo alle strette e, sollecitato alla conversione della sua esistenza, invece di cambiare resiste a ciò che gli pare un attacco.

Colui che accompagna lo sbandamento dei discepoli, smarriti a causa della croce, è sempre un po’ “straniero”. Solo chi è forestiero, chi ha uno sguardo diverso sulle cose che la mentalità corrente interpreta secondo i propri pregiudizi, può vedere e far vedere le chiusure che ci impediscono di comprendere il Vangelo. I due di Emmaus stanno infatti lasciando la sequela, come indica il loro allontanarsi dalla comunità di Gerusalemme. Gesù si avvicina e li istruisce, anche con qualche ruvidità, dovuta ad affetto, confidenza e dispiacere di perderli, non alla rabbia del “tradimento” della causa. Parla di una misteriosa “necessità” della croce in questa storia intessuta di molti, troppi, mali. Inevitabile che il giusto soccomba, però è il dono che fa di sé per amore del mondo a salvare. E si ritrovano a dirsi come ardeva il cuore a quelle parole. Ecco, è così che si fa esperienza che Gesù è veramente risorto dai morti.