Il brano degli Atti ci aiuta a ricollocare il Battesimo nella giusta relazione con la Pasqua di Gesù. Il frutto della passione di Gesù, infatti, è il dono dello Spirito Santo e il Battesimo ne è lo strumento. Come amava dire san Francesco d’Assisi, non ci sarebbe stata la Pasqua senza il Natale, cioè l’incarnazione. D’altra parte, la Pasqua trova il suo compimento quando Dio si incarna in ognuno dei suoi figli e figlie. E questo avviene nello Spirito, effuso affinché abiti in noi e ci abiliti alla testimonianza di Gesù. Come è avvenuto per gli apostoli riuniti nel cenacolo a Pentecoste, così qui leggiamo che questi discepoli, «circa dodici uomini», fanno proprio la medesima esperienza: lo Spirito si effonde grazie all’apostolo Paolo e si mettono a parlare in lingue e a fare profezia. Essere apostoli, dunque, non è esclusiva di qualcuno, bensì diritto e dovere di ogni battezzato. Siamo stati scelti, tutti e ciascuno, per essere testimoni e portatori dell’annuncio evangelico. La Lettera agli Ebrei ci aiuta a ricordare la relazione che c’è tra segno e compimento, promessa e realtà: il segno vale come una promessa; il compimento è la realtà a cui il segno tende. Sono entrambi essenziali. Senza il segno che indica qualcosa oltre sé stesso il rimando perde la sua concretezza. Tuttavia, senza il rimando, la concretezza del segno perde la sua capacità di indicare altro. La nostra fede è fatta di segni, ma non si esaurisce in essi. Si perde la trasparenza dei segni tutte le volte che si fa di essi un possesso, una realtà conclusa in sé, qualcosa di cui possiamo disporre. Invece, la fede sta nel rimando al futuro, alla nuova creazione, alla salvezza. Miracoli Gesù ne ha fatti molti, insisteva, però, che venissero accolti per quello che erano: non la salvezza, bensì soltanto il segno di una salvezza più grande e compiuta. Tutti sappiamo che un bacio è segno dell’amore, nessuno tuttavia si sogna di pensare – almeno si spera – che l’amore sia tutto in quel bacio. Baci ne dovremo dare e ricevere molti, nessuno sarà mai il compimento, il tutto, dell’amore.

Il Vangelo ci aiuta a capire meglio questa tensione creativa, che apre spazi, che sfonda muri e recinti, mettendo in evidenza la figura di Giovanni Battista come colui che è il modello del testimone. In un certo senso, anche il testimone è un segno/promessa di una realtà/compimento più grande di lui, al di là di lui. Infatti, Giovanni definisce il suo ruolo, a chi gli chiede chi sia, con una negazione: Non sono io il Messia atteso, né Elia, né il profeta. Sono solo una voce che, citando i profeti, richiama l’attenzione su colui che deve venire. Perciò, quando vede Gesù, che non aveva mai visto prima, dice: Eccolo! È lui! Non lo conoscevo, ora lo conosco. Ora che l’ho incontrato, comprendo anche il senso di quello che sono: un anticipatore e un facilitatore dell’incontro con l’Agnello di Dio. Per testimoniare, bisogna aver “visto” la verità di Gesù, dopo aver capito che la verità non sono io. Buon testimone sarà chi sposta l’attenzione oltre sé stesso, al di là, indicando l’Altro che viene e che anche lui sta aspettando.