I profeti danno voce a un Dio che vuole sempre e solo la salvezza del suo popolo. Anche quando devono predicare il pericolo e la disgrazia, lo fanno per indurre Israele alla conversione. Che questo sia vero lo abbiamo ascoltato oggi: Isaia si fa intercessore presso Dio per un popolo che si ostina nel male. Si mette dalla nostra parte, esprime un lamento su quanto sta andando a rotoli, e infine eleva una supplica. Chiede a Dio di squarciare i cieli e di scendere, così da poter essere ancora una volta salvezza per quelli che, sia pure in pochi, gli sono rimasti fedeli e ora potranno essere occasione di vita per tutti gli altri.
I patimenti che ci raggiungono ci ricordano i nostri peccati, il nostro aver trascurato il Dio che ci ama. Eppure, c’è un «ma» usato dal profeta. Il grido si alza: «Sei nostro padre… Siamo tuo popolo». Dimentica le nostre iniquità, non abbandonarci per sempre. Anche se il tempio, segno della sua presenza tra noi, è stato distrutto, il profeta autorizza la speranza in una presenza che sembra ormai impossibile. A patto di considerare il tempio non come la presenza di Dio tra di noi, bensì come figura di un desiderio di esserci accanto che in Dio, speriamo, non sia venuto meno, né ora, né mai. Lui troverà il modo di esserci, ancora e sempre.
La lettera agli Ebrei riprende esplicitamente la dialettica tra figura e realtà, in riferimento alla tenda-santuario nel deserto descritta però sullo sfondo del tempio di Gerusalemme. Senza queste mediazioni concrete, fatte di cose, luoghi, tempi liturgici, non ci sarebbe stato neppure un culto.
Tuttavia, quando queste realtà smettono di essere una mediazione che ci apre ad altro e altrove, perdono la loro verità. Anzi, si trasformano in idoli che sviano. Questo è successo a Israele, e non smette di succedere alla Chiesa. La vigilanza è d’obbligo, per il bene della fede e dunque per la salvezza del mondo. Quale sarà il criterio che custodisce il rimando salutare? Per il tempio, l’esodo; per la Chiesa, Gesù e il dono di sé che ha fatto per amore.
Su questo sfondo si colloca il Vangelo, che ci invita ad addentrarci nella tensione tra figura e realtà con la drammatizzazione di una incomprensione del rapporto che Gesù rivela tra il segno eucaristico e la sua presenza. Il brano parte con la folla che ha vissuto la moltiplicazione di pani e pesci che cerca Gesù e i suoi discepoli. Non li trovano, li cercano. Magnifica iniziativa, sebbene la ricerca umana di Dio resti inconcludente se Dio non si dona. Il punto è: cosa cercano? Gesù o quello che Lui ha da dare? Così, il Maestro svela il rapporto tra pane dal cielo, quel cielo dal quale Isaia invocava la discesa di Dio, e la sua missione salvifica. Il pane è figura di una realtà, che è la venuta del Figlio. Così dovrà essere sempre il segno eucaristico. Per non fraintenderlo, deve essere mediazione della presenza di Gesù nella nostra vita: un rimando, non una sostituzione. Il pane di vita è una figura, la realtà è l’Inviato del Padre che dà la vita vera.




