Cosa diventa il mondo quando prevale il male, la violenza, la distruzione? Se l’umano non riesce a porsi un limite, non solo fa esperienza di essere mortale, ma uccide e distrugge. E tutto torna nel caos. Il Creatore, travolto da questa inattesa deriva delle sue creature, sembra deciso a porre termine a quella sua opera che in Genesi 1 Lui stesso apprezzava come bella/buona per ben sette volte. Il mondo è cosa buona, è l’uomo a renderlo inabitabile. Il male viene dal cuore umano, non da Dio. Qui più che mai occorre resistere al sussurro del serpente, che vorrebbe convincerci che Dio, in fin dei conti, è distruttore come lo siamo noi. Nel dilagare del male anche la bontà di Dio rischia di offuscarsi e il suo volto ne esce stravolto, offeso, tradito. Un giusto però c’è ancora, sempre, e sarà grazie a lui che alla creazione verrà offerta una seconda possibilità. Il racconto vuole dirci che siamo già sempre sopravvissuti alla “fine del mondo” che ci saremmo meritati un’infinità di volte.
Il Dio creatore con i suoi giusti offre, ancora e ancora, una seconda volta: è così per la creazione; sarà così per l’alleanza (Esodo 32ss.); alla fine è quello che farà Gesù risorto, quando incontrerà i discepoli traditori che lo hanno abbandonato alla croce e li accoglierà di nuovo nella sua sequela. L’immagine dell’arca rappresenta allora l’anima del giusto, capace di far memoria dell’intenzione divina manifestata in tutto ciò che esiste e di custodire la vita affinché continui nell’ordine voluto da Dio, e cioè che ciascun essere abbia il suo spazio per vivere e il suo limite per lasciar vivere ciò che è altro da sé.
Paolo chiama il male carne ed elenca tutte le sue sfumature. Nel suo linguaggio carne equivale a logica mondana segnata dal male. E afferma che desideriamo più questa logica che quella divina, la quale, però, non è fuori dal mondo, ma presente nel dono dello Spirito. La Bibbia raccoglie in un binomio la radice di tutto il male che siamo capaci di fare: menzogna e violenza. Neghiamo la nostra violenza raccontandoci bugie. Ecco allora l’opera dello Spirito, che impedisce di raccontarci troppe menzogne, le quali celano il nostro desiderio di affermarci prevalendo con violenza sugli altri. Per accettare in noi questa opera, occorre tanta onestà e disponibilità a soffrire. Ammettere che in noi c’è il male è infatti assai doloroso e umiliante. Gesù, il Figlio del Dio che ama la vita, non può offrirci gli esempi di Noè e di Lot per dire che il Padre ha scelto la via breve della distruzione violenta, sebbene meritata! Piuttosto desidera renderci consapevoli che ciò che abbiamo e di cui viviamo non è per sempre, non è un diritto, né un possesso: la vita è fragile, precaria, soggetta alla perdita. Saperlo, senza scivolare nella rimozione o cadere nell’angoscia, vuol dire impegnarla e offrirla in dono, come fa Gesù, per il bene di altri. Prima che la vita ci venga tolta, mettiamola a servizio di qualcosa di più grande della nostra esistenza personale, qualcosa che possa essere benedizione. Facciamo dono di noi stessi affinché altri vivano grazie a noi, dopo di noi.



