Il profeta richiama all’autenticità: delle intenzioni, delle opere, delle relazioni. Nulla va da sé, tutto deve essere sottoposto al discernimento. Ciò in cui l’essere umano eccelle è di raccontarsi una realtà del mondo, di Dio, degli altri e perfino di sé stesso che non esiste ma che fa comodo. Un racconto che evita l’onesta fatica della (auto)critica, che ci fa apparire perfetti, o che dà preferibilmente ad altri e ad altro la colpa delle nostre imperfezioni e cattiverie. Alcune parole, che a prima vista sembrano soltanto positive, richiedono riflessione. Gioia è sempre e solo positiva? Ma c’è gioia buona (godere del bene altrui) e gioia cattiva (godere del male altrui). Spiritualità è sempre qualcosa di buono? Ma c’è spiritualità secondo lo Spirito buono di Dio e ce n’è una secondo lo spirito cattivo del diavolo. Così è per l’elemosina, la preghiera e il digiuno: se sono per farsi vedere e lodare dagli altri, invece che essere a servizio di altri e di altro, non sono cose buone (cfr. Matteo 6) e dunque non edificano bensì corrompono. Qui Isaia ci dice: non basta digiunare, farsi mancare qualcosa, perché il digiuno sia gradito a Dio. Occorre che la rinuncia a qualcosa sia fatta per fare giustizia, cioè per “giustificare” l’esistenza altrui, prima di tutto quella di chi vive situazioni ingiuste (povertà, abbandono, persecuzione, ecc.). Non c’è vero digiuno se esso non “significa” (cioè non diventa “segno” di) questa verità: non c’è giustizia senza un passo indietro, senza condivisione, senza fare spazio all’altro rinunciando e mettendo a disposizione qualcosa di proprio. Nella Seconda lettera ai Corinzi Paolo riassume la vocazione e il compito cristiano nella parola “riconciliazione”. Quello che si vede è un’umanità in conflitto, incapace di fare pace (tra di noi, con Dio), dove carnefici mietono vittime. La strada è la riconciliazione ed è urgente, non può aspettare domani, va almeno cominciata oggi. Non sarà possibile senza riconoscere i bisogni, le ragioni, i diritti altrui. Di questa strada la Chiesa dovrebbe essere segno e primizia, mostrando che è sempre possibile cominciare a vivere in maniera diversa. Ciò che è decisivo lo leggiamo nel Vangelo. Gesù nel deserto si sottopone a una carestia: l’inizio della sua vita pubblica è segnato dall’esperienza del digiuno. Perché? Mi sembra che abbia bisogno di questa fame, di questa mancanza, senza la quale non potrebbe vivere, comprendere e condividere la debolezza e la fragilità della condizione umana. Come poco prima al battesimo di Giovanni si è messo in fila coi peccatori, ora nel deserto la fame di Gesù è esperienza di un vuoto che vivono tutti. Lui però non può e non vuole riempire tale vuoto da sé stesso, ma attende di essere riempito da un Altro e da fuori: in parole e opere. Naturalmente il diavolo cerca di spingerlo, invece, a riempirsi da sé. E fa capire che se Gesù lo farà, avrà il mondo ai suoi piedi. È questo a tentare il Figlio. Egli resiste e rifiuta, rinuncia al potere. Se avesse detto sì, avrebbe vinto ma non sarebbe stata rivelazione del Padre. Dicendo no, vince la tentazione di vincere e di sottomettere: non lo farà, neppure a fin di bene, come si dice.
Domenica 22 febbraio – All’inizio di Quaresima
18 febbraio 2026 • 23:00




