La parola «martirio» significa testimonianza. Il martire è testimone, e la preziosità di ciò che vuole attestare supera quella della sua stessa vita. Per questo motivo, l’importanza del martirio non coincide anzitutto con l’essere uccisi, ma con l’essere testimoni. Essere martiri vuol dire diventare resistenti: dire no a chi vuole distruggere il bene, la vita propria e altrui, ciò che riteniamo talmente importante che, se fosse tolto, verrebbe cancellato anche tutto quello che dà senso e verità al nostro esistere. Cedere al male farebbe di noi dei gusci vuoti. Resistergli, invece, può costare caro, fino al dono della vita stessa.

Martire può essere chiunque: è una parola che suona uguale per maschi e femmine (come purtroppo la parola carnefice). Cosa sorregge la forza del martirio? Deve essere davvero resistenza al male, deve vedersi che è a favore del bene degli altri, visto che sono gli altri, coloro che sopravviveranno. Per questo il martire, o la martire, sono odiati ma non odiano, sono uccisi ma non uccidono.

Quanto mai opportune, allora, sono le parole dell’epistola. Ci appaiono capaci di disinnescare dentro di noi ogni equivoco che porterebbe alla violenza. Per prima cosa leggiamo che il conflitto è prodotto da potenze che incarnano il male e che usano gli umani come loro strumenti. Il carnefice è mosso da Altro e dall’alto: attribuirgli tutta la colpa non aiuta. In secondo luogo, la resistenza del martire è sostenuta da verità e giustizia perché cerca la pace, mai la guerra. Infine, le metafore prese dall’abbigliamento militare usate dall’apostolo vanno interpretate come i doni che Dio ci fa per aiutarci in una battaglia difensiva, rappresentano cioè la forza (speranza, fede, amore) che ci permetterà di restare attaccati al bene, non certo quella che vorremmo avere per distruggere chi osa farci del male.

Quante volte ci siamo immaginati nel bel mezzo di una guerra tra mondi: quello di Dio da una parte, e quello della storia dall’altra. Di mondo, però, ce n’è uno solo: creato e amato dal Dio che si incarna per prendere parte alle nostre vicende. Un mondo amato a tal punto che, nonostante avesse meritato milioni di volte di essere distrutto a causa dell’orrore umano, violento e distruttore, non è stato distrutto. Per questo non facciamo un buon servizio, né a Dio né al mondo, se opponiamo il Padre al potere che in ogni tempo si erge ad assoluto, sia esso incarnato dal Cesare romano sia da qualche altro che si crede padrone.

Se uomini e donne religiosi mettono Dio contro i padroni del momento, lo fanno per fomentare lo scontro. Si aspettavano che Gesù abboccasse e si schierasse dalla parte del Dio di Israele contro il divino imperatore? Come avrebbe potuto affermare la sua potenza un simile Dio se non nella potenza di un popolo capace di sconfiggere il potere di Roma, capo del mondo? Chiedevano, insomma, a Gesù di approvare una teocrazia ebraica più forte di quella romana? Gesù ha sottratto Dio allo scontro e ha tolto per sempre legittimità teologica al potere e alla guerra santa.