Il Risorto aveva detto loro: «Quando riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra» (Atti 1,8). Il giorno è arrivato e ce li immaginiamo subito in cammino verso i quattro angoli del mondo. La forza, in greco dynamis, autorizzava a immaginare una dinamica inarrestabile, un immediato sparpagliarsi ovunque. Invece ecco che li vediamo nella stanza, incapaci ancora di uscire. Vengono circondati da una folla di ebrei di ogni nazione della terra, loro sì capaci di uscire, attratti dal fragore innaturale che hanno sentito. Trovano questi galilei che parlano le lingue dei popoli dai quali provengono. Tutti sono stupiti di sentirli comunicare nella loro lingua madre, cioè capaci di farsi capire da ciascuno nella maniera più diretta, profonda e intima. Quello che a Babele era stato motivo di confusione, qui diventa il miracolo della comunione. Non si fa comunione con un’unica lingua, quella è semmai uniformità. Si fa, invece, con la possibilità offerta dallo Spirito e con il lavoro della comunicazione: è possibile intendersi attraverso la diversità delle identità, delle provenienze, degli universi culturali. Si possono attraversare confini, frontiere, limiti, ma non è cosa buona toglierli imponendo a tutti una sola espressione del Vangelo: ciascuno la deve sentire “propria”, e poterla dire nella sua lingua.
Ecco allora il riflesso ecclesiale di questa differenza “nativa” di ciascuno nella costituzione del corpo della Chiesa quale corpo di Cristo. Il lavoro dello Spirito è per l’unità, ma solo a partire dalle differenze, confermandole ed anzi approfondendole. La pressione di uniformità, che rassicura e solleva dalla fatica dell’intesa, porta fatalmente o ad autoescludersi dalla comunione ecclesiale oppure a escludere.
Tutti sono invece necessari al corpo, nessuno può fare a meno di tutti gli altri. In questo modo la storia potrà vedere ciò che forse ha desiderato ma non ha mai visto realizzarsi: un legame, una parentela, una comunione tra persone all’inizio tra loro estranee, e qualche volta addirittura nemiche, e che ora non possono rassegnarsi a perdere anche solo uno. Dovremo però sempre riconoscere che questo lavoro lo fa lo Spirito, non noi. Anche se non vuole farlo senza di noi.
L’invio dello Spirito Santo è il secondo, dopo quello di Gesù. È infatti un «altro Paràclito». Dunque, Gesù è stato il primo. Decisivo allora è sapere cosa significa questo nome. Fondamentalmente indica l’“avvocato difensore”. Si tratta di colui che chiamo presso di me quando sono in difficoltà, tipicamente quando mi accusano e devo sostenere un giudizio. Gesù e lo Spirito sono il mio collegio di difesa. Ma se è vero quello che dice Gesù «chi vede me, vede il Padre», dobbiamo pensare che anche il Padre sia Paràclito, avvocato difensore, consolatore, intercessore, esortatore? Tutta la Santissima Trinità mi difende; da me stesso, dal mondo, dagli altri. E difende in me il meglio del volto di Dio, del mondo e degli altri.




