Il sapiente ricorda a chi lo ascolta i doveri della famiglia. È dato per scontato che si tratti dell’uomo e glielo perdoniamo, dati i tempi. Chi infatti aveva la libertà di decidere, la responsabilità di guidare, il potere di fare, se non il maschio? A costui, proprio in virtù del potere che gli è riconosciuto, è rivolta l’esortazione a fare bene, a fare il bene. Dovrà ricordare che ha un debito nei confronti di chi lo ha messo al mondo e che dalla gratitudine che ne deriva il suo agire non potrà dimenticare i meno fortunati. La vita, il dono più grande, la dovrebbero vivere contenti di essere al mondo tutti coloro che al mondo sono stati messi. Solo così, insieme al padre e alla madre, si rende onore al Creatore.
La lettera ai Colossesi, prendendo atto della situazione piuttosto malandata delle nostre relazioni, ci chiede prima di tutto l’assunzione degli atteggiamenti che possono portare all’opera decisiva che è il perdono. Anche qui, è un’opera soltanto seconda, che deriva la sua forza da un amore che ci precede, dà fondamento alla nostra esistenza e ci perdona. Di nuovo, umiltà, mansuetudine, magnanimità, ecc. possono venire solo da un cuore grato di aver incontrato la rivelazione che è Gesù. Così fiorirà la pace anche tra mogli e mariti, genitori e figli, padroni e schiavi. Tuttavia, l’onere della conversione dal dominio al servizio grava sulle spalle dei più forti: mariti, padri, padroni. La conversione, dunque, è richiesta all’uomo. Se in molte parti del mondo è ancora il maschio ad avere una posizione di rilievo e quindi è necessario indirizzare a lui l’esortazione a convertire la sua forza in tenerezza, il suo dominio in servizio, la sua prepotenza in cura, ora forse per noi non è più così. Chi ha una posizione di rilievo, nell’una o nell’altra situazione, al di là del genere stia attento/attenta a non cadere nell’antico e oppressivo sistema.
I genitori di Gesù si sono presi cura del loro bambino come era giusto fare: cura, riorganizzazione di tempi e spazi della vita intorno al piccolo, introduzione alla vita religiosa. Ma se c’è una cosa che la famiglia di Nazaret ha vissuto prima dei tempi – e fuori tempo – rispetto al patriarcato imperante è stata proprio il loro modo di esserlo: un padre generoso (e silenzioso), una madre che prende l’iniziativa, un figlio che è venuto a portare la luce della rivelazione sull’esistenza che anche nel popolo di Dio sembra bisognosa di essere sanata e cambiata. Si stupiscono che al tempio Simeone dica di Lui quello che dice. Si ritrovano tra le braccia un bimbo, un piccolo, dal quale si attende un’opera gigantesca. La conclusione dell’incontro con Simeone è questa: «Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: "Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione, e anche a te una spada trafiggerà l’anima, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori”» (Luca 2,34-35). La parola benedicente è rivolta alla madre, che dovrà lasciare che il figlio sveli i cuori, riveli l’amore e insieme l’odio che ammorba l’umanità. Soffrirà con il figlio questo ministero profetico.



