La Chiesa non è Gesù, né quella primitiva, né qualunque altra, per quanto vicina possa essere alla “perfezione”. Il Vangelo resta Gesù. La Chiesa può e deve testimoniarlo, dicendo però chiaramente che Gesù è unico. Questo racconto degli Atti documenta come nella Chiesa nascente ci furono già crisi e cadute. L’organizzazione della carità, la mensa per le vedove, che altrimenti non avevano di che vivere, vede una incresciosa iniquità: le vedove dei cristiani ebrei di Palestina sono trattate meglio di quelle dei cristiani ebrei nati e cresciuti nella diaspora. I Dodici, evidentemente responsabili di questo servizio e della sua non brillantissima gestione, si sfilano con la scusa della preghiera e della parola di Dio. Quello che propiziano è dunque l’inizio di una separazione tra il servizio della carità e quello della Parola. L’esito della vicenda sarà assai istruttivo: due tra quelli scelti per “fare la Caritas” alla fine risulteranno migliori di quelli che “fanno il gruppo biblico”. Il primo, Stefano, a causa di una meditazione biblica che fa infuriare alcuni ebrei, subisce il martirio come Gesù. Il secondo, Filippo, evangelizza la Samaria, e sarà l’unico nel Nuovo Testamento a ottenere il titolo di “evangelista”. Evidentemente occuparsi della Caritas non impedisce di crescere in sapienza biblica, anzi! Ciò che più sorprende, è che il Risorto e il suo Spirito vogliano continuare a riporre la loro fiducia in persone del genere, che siamo noi, tanto imperfette da essere spesso portatrici di contro testimonianze. Paolo nella lettera ai Romani ribadisce che è proprio a discepoli e discepole così che il Signore chiede di continuare la sua missione: se vogliamo, siamo chiamati ad annunciare a tutti, senza distinzioni, o peggio separazioni, la salvezza in Gesù. Se riusciremo anche a essere buoni e santi, meglio; però non siamo stati chiamati per essere i migliori, bensì per mostrare che, se siamo nel cuore di Dio perfino noi che eravamo e restiamo peccatori, allora il suo cuore è aperto davvero per chiunque. Insomma: essere testimoni del Vangelo vuol dire indicare al mondo la santità di Dio, non la nostra. Giovanni ci racconta Gesù con immagini prese dalla cura del gregge. Il pastore è colui che predispone il “pasto” per le sue pecore. È venuto per prendersi cura, per dare vita a tutti, e in abbondanza. Come riconoscerlo? Il buon pastore non viene per rubarci la vita ma per darcela. Non è neppure uno che fa semplicemente un mestiere, perché nel pericolo fuggirebbe lasciandoci al nostro destino. Invece, ha dato la sua vita per amore nostro. Ecco la prova che il Padre e il Figlio desiderano donare, non prendere, né pretendere. Inconfondibile è perciò la sua “voce”, e si vede da quello che ottiene: ci fa uscire e ci mette alla sua sequela, su una via che è verità e vita. Così si fa esperienza anche della libertà. Gesù, infatti, è anche la porta dell’ovile: chi entra grazie a Lui, poi esce e porta l’annuncio della salvezza. Questa è la vita che sperimentiamo in Gesù, e quindi nel Padre e nello Spirito. Liberi di entrare e uscire, di andare incontro a chiunque senza paura, con amore.