Davide ha commesso un grave peccato: ha preso la moglie di un altro, anzi, del suo più fedele generale, e saputo che è incinta ha ordinato di metterlo in prima linea per farlo morire. Orribile appropriazione da parte di uno che crede di poter prendere quello che vuole e pensa di restare impunito. È l’arroganza del potere quando si concepisce come assoluto. Arriva però il profeta e gli racconta una parabola. La strategia è chiara: parlare di un altro che commette un sopruso simile, odioso ma meno grave. In questo modo il racconto di Natan maschera il rimando al re e al suo ben più grave peccato. Davide ci casca in pieno. Si indigna e minaccia punizioni esemplari per il prepotente e per ciò che ha commesso. «Quell’uomo sei tu!», si sente dire. Crolla sotto il peso di queste parole pesanti come montagne che rivelano il suo male e il fatto che è manifesto. Il male commesso, che ha tolto una vita e ne ha rovinata un’altra, si è accompagnato per un momento all’illusione che Dio e la propria coscienza non lo vedessero. Ora, però, il re che sempre ha tenuto in gran conto la presenza di Dio nella sua vita, non si ostina, ma si pente. Il suo male non sarà senza conseguenze, tuttavia potrà ricominciare. Umiliato dalla rivelazione del suo peccato, con umiltà, cioè con il senso del limite e senza arroganza, chiede perdono.
L’umiltà si impara dall’umiliazione. Anche Paolo l’ha imparata dal suo peccato. Ciò che scrive lo testimonia: egli porta un tesoro, eppure si vede come un vaso di creta. Fragile e modesto. C’è dunque una sproporzione tra quello che siamo stati e continuiamo ad essere, e ciò che per grazia ci è affidato. Una sproporzione che non dobbiamo nascondere, per la verità di noi stessi e per la preziosità di ciò che portiamo al mondo e che però non ci appartiene, non siamo noi. È il Vangelo di Gesù. Solo la gratitudine per questo dono potrà moltiplicare le nostre energie a servizio del bene altrui.
È il miracolo dell’amicizia, dell’amore gratuito che resta anonimo, di quattro persone che desiderano la guarigione dell’amico e lo portano davanti a Gesù senza farsi fermare da alcun ostacolo. Né una folla, né un tetto: eludono l’assembramento facendo un buco nel tetto e calando dall’alto il lettuccio dell’amico paralizzato. È contemplando la loro fede che Gesù si muove a compassione. Vede in quell’aiuto una somiglianza con la sua missione: guarire, perdonare, togliere il male, insegnare ad amare. I quattro amici affidano il loro caro a Gesù. Non chiedono nulla, né il paralitico chiede qualcosa. Il Maestro va oltre: rivela la radice della paralisi e ne scioglie i legacci: assolve dai peccati. Certo, non si era mai visto né sentito nulla del genere. D’altra parte, neppure si è mai assistito al fatto che qualcuno osasse tanto, fino a sfidare l’ira del proprietario di casa sfondandogli il tetto e suscitando le mormorazioni di chi pensa che Gesù non possa perdonare giacché questo spetta soltanto a Dio. Ed ecco che il paralitico cammina, è rimesso in piedi. L’impossibile è dunque possibile? Nell’amore, Dio è davvero onnipotente?


