La preghiera è una forma di resistenza e di vigilanza vitale per la fede, la speranza e l’amore. Essa, infatti, è la coltivazione della relazione autentica con il Dio vero. Per questo la rivelazione non si limita a chiederci di pregare, ci offre anche indicazioni su come farlo. Arriva, anzi, a suggerire le parole giuste da dire. Perciò, il primo e fondamentale atteggiamento dell’orante non è di dire qualcosa, bensì ascoltare. In silenzio, bisogna lasciar parlare la Parola di Dio.
Ha molte cose da dirci, ma se non gli facciamo spazio con la nostra attenzione la sua voce non arriva. Se lasciamo parlare Dio, ecco che ci rivela come è Lui e come desidera che siamo: non semplicemente obbedienti, ci vuole innamorati. Se ci ricorda tutto quello che ha fatto per noi, non lo fa per rinfacciarci la sua bontà. Chiede di ricordarci ogni volta che per primo e gratuitamente ha fatto ciò che ha fatto per amore; ora vorrebbe il nostro amore, la nostra gratitudine. La preghiera rivelata non è quella che vediamo in molte religioni che alle divinità devono estorcere attenzioni, favori, doni, con insistenza, sacrifici, ricatti. Se preghiamo secondo la Bibbia, rispondiamo ai molti benefici già ricevuti. E lo facciamo per continuare una storia che è iniziata e che non finisce, che Dio terrà in vita perfino dopo la nostra morte.
La relazione con Dio è autentica se è libera e liberante. Per questo si coltiva nella preghiera. In essa, infatti, non si compra e non si vende; non si cattura e non si viene catturati. Chi prega non pretende, chiede: così, lascia libero l’Altro di fare come crede meglio. Chi chiede di pregare, non vincola il bene che ci vuole alla nostra obbedienza: ha già fatto tutto per noi, desidera solo che lo riconosciamo e che, liberamente, corrispondiamo al suo amore. Certo, come ripete san Paolo, libertà non significa arbitrio, assenza di vincoli, agire senza regole e limiti. La libertà vera è legame, obbedienza al bisogno altrui, fare spazio all’altro. Insomma, si è liberi solo se si ama.
Gesù ci ha insegnato a pregare. Donandoci le parole del Padre nostro, ma anche mostrandosi spesso in preghiera Lui stesso. Ma come, il Figlio di Dio ha avuto bisogno di pregare? Di nuovo: pregare è il linguaggio dell’amore e della libertà. Perciò non meraviglia che anche il Figlio di Dio, il Padre, e lo Spirito che «grida nei nostri cuori Abbà, Padre», preghino. Quello che aiuta la nostra preghiera lo abbiamo ascoltato. Prima di tutto la fiducia che le parole di Gesù durano per sempre. Poi l’accettazione del limite: se c’è altro e un Altro, vuol dire che io non sono tutto. E infine, occorre vigilare, stare svegli e attenti, in modo che quando arriva qualche imprevisto non ci travolga. L’esempio offerto è quanto accadde alla generazione di Noè, quando arrivò il diluvio: distratta, non si accorse di nulla. Ciò che distolse l’attenzione non fu però il cibo o il sesso, piuttosto il fatto di darli per scontati, di ritenerli un diritto, invece di riconoscerli per quello che sono: doni di un Innamorato che non vuole mai più perderci.




