La rivelazione del nome di Dio in Esodo è emblematica della sua originalità: avviene presso il monte di Dio, l’Oreb (Sinai), tuttavia Mosè non sa che è il monte di Dio. Visto più da vicino, non è un luogo particolare, è un pascolo. Né è un tempo speciale: si tratta di un giorno qualunque. Insomma, nulla fa pensare che possa avvenire qualcosa che abbia a che fare con una manifestazione particolare di Dio. Singolare, tanto da attirare l’attenzione del pastore, è che la fiamma che avvolge il roveto non lo consumi. Ed ecco una voce che chiama il suo nome, Mosè. Il primo tratto della rivelazione divina non è quello di rivelare chi sia Lui, bensì chi sei tu. Poi dice di sé che è il Dio dei padri, del quale e dei quali Mosè nulla sapeva: rivela l’ascendenza, le radici. Finalmente si dichiara come il Dio che vede l’oppressione presente e non la sopporta. Scende per liberare gli schiavi dalla loro soggezione. Non da solo, però, ma con la collaborazione di Mosè. Alla domanda di quale sia il suo nome, Dio risponde con un verbo: «Io sono». Dio è definito dal suo farsi presente per agire. È il Dio che scende, vede, si prende pensiero, e alla fine libera. Questa liberazione sarà osteggiata, non avverrà senza opposizione da parte dei padroni, e neppure senza resistenze da parte degli schiavi, che spesso preferiscono appartenere a qualcuno. Chiederà pazienza e partecipazione, metterà il popolo in cammino nel deserto delle prove, non accadrà magicamente in un momento, né sarà facile.

San Paolo ci ricorda nella Lettera ai Romani quale Spirito abbiamo ricevuto, e ci riporta all’esodo: non uno spirito da schiavi ma da figli liberi. Siamo così destinati, se lo vogliamo e se acconsentiremo al lavoro dello Spirito Santo in noi e tra di noi, a ereditare con Gesù la medesima relazione che lo unisce al suo Abbà-Papà. Insomma, grazie a Gesù e al suo Spirito, potremo fin d’ora entrare nel cerchio d’amore della Santissima Trinità. Lo Spirito divino ci fa figli e figlie, perciò fratelli e sorelle tra di noi: ecco il segno dell’elezione. Ecco però anche il compito: fare fraternità ovunque e con chiunque, dentro e fuori la comunità cristiana.

Nei densi versetti del Vangelo, Giovanni ci indica la dinamica della con-discendenza divina: Il Padre ha dato tutto al Figlio, e il Figlio offre tutto sé stesso allo Spirito, lasciando che sia Lui, ora, ad annunciare ogni cosa. Altrove Gesù ha detto che non è nulla senza il Padre, e usando l’immagine del vignaiolo (il Padre), della vite (il Figlio) e dei tralci (noi), ci ha ricordato che noi non siamo nulla senza di lui. L’immagine però diventa straordinaria se viene letta anche in questa maniera, del tutto legittima: senza i tralci (noi) la vite (Gesù) non porta frutto, e il vignaiolo (il Padre) resta senza nulla. D’altra parte, se il nome di Dio è “Padre”, chi sarà mai senza figli e figlie? Ancora una volta, e fin nel cuore della vita più intima di Dio, ecco che si rende manifesta la sua esigenza di non poter/voler far nulla senza di noi. Questa è la nostra responsabilità e il nostro onore: siamo noi a dare letteralmente “corpo” a Dio nella storia, qui e ora.