La sapienza divina parla. Si presenta come colei che esce dalla bocca dell’Altissimo. L’asse di questo bel testo del Siracide all’inizio è verticale: alto, basso; anzi: il più alto di ciò che sta in alto, il più in basso di ciò che sta in basso. L’uscita della Sapienza, prima dalla bocca di Dio e poi ovunque nello spazio della Sua creazione, mette in movimento ciò che sembrava fermo, stabilisce con il suo viaggiare connessioni tra ciò che appariva separato e quasi immobilizzato nel suo luogo. Finalmente approda sulla terra, che sta sopra l’abisso e sotto il cielo, nel mezzo, dove vivono gli umani. Tra i popoli sceglie dove abitare, incarnarsi; e germogliare, e portare frutto. Ne sceglie uno al quale si dona. Nel suo luogo particolare, nella terra ricevuta in dono ma che non deve possedere (cf Levitico 25,23), il popolo dell’alleanza farà la scoperta che quanto gli è stato donato è per tutti; che ciò che gli è stato fatto comprendere appartiene al mistero del mondo; che la volontà del Creatore è la salvezza di tutta la creazione. Il popolo eletto sarà tentato dal fare del suo privilegio un possesso esclusivo. Ma come potrà trattenere solo per sé questa sapienza? La Sapienza non fermerà certo il suo viaggiare, la troveremo presso molti, anche lontani da noi. Perché invece di rallegrarci di questa sua libertà e benevolenza ci siamo avvelenati di risentimento? Siamo invidiosi perché è buona (cf Matteo 20,15)?

Paolo ci rammenta la grazia del Natale: l’incarnazione del Figlio e l’invio dello Spirito. Un invio, questo dello Spirito, che porta finalmente a compimento l’incarnazione di Dio in tutti: «lo Spirito di Dio abita in voi». Cioè abita la nostra carne. Guai a chi pensi ancora che in san Paolo carne e spirito si combattano, come il male e il bene. La nostra carne, abitata da Dio in maniera irrevocabile, è santificata: resta carne, ma è animata da uno Spirito che la orienta all’alleanza con Dio, e dunque alla vita. Se invece si consegna agli spiriti di questo mondo, cammina verso la morte. In ogni caso, è nella nostra carne e non altrove che è data la possibilità di incontrare il Dio vivo e la promessa di risurrezione.

Nel Vangelo Gesù legge una pagina di Isaia e poi ne decreta il compimento. In prima battuta sembra parli di sé: lo Spirito è sopra di Lui, consacra Lui; è Lui a portare la buona notizia ai poveri, a proclamare la liberazione dei prigionieri, ecc. Per questo gli occhi di tutti sono puntati su Gesù, in attesa che lui realizzi le promesse del profeta prima di tutto per i suoi concittadini di Nazaret. Gesù parla però di un compimento di questa parola «che voi avete ascoltato»; alla lettera: «nelle vostre orecchie». Cioè, il compimento è nel nostro ascolto se accogliamo e viviamo questa parola, come ha fatto Lui. Non riguarda dunque solo Gesù, piuttosto chiede a chi ascolta il suo Vangelo di accogliere ciò che Isaia ha detto di Lui come fosse rivolto a ciascuno. In altre parole ci coinvolge nella sua missione, chiede ai suoi se vogliono esserne parte accogliendo lo Spirito e facendo come Lui e con Lui ciò che piace al Padre.