Il quadro iniziale del libro di Giobbe presenta una situazione di prosperità che viene meno fino a crollare definitivamente. L’uomo giusto e pio, che aveva tutto, perde quasi ogni cosa tranne la vita. L’autore non può evitare di chiedersi come ci stia dentro e dietro a tutto questo il Dio creatore e amante dell’esistenza. Esattamente su questa questione si innescherà la parte in poesia del libro, una lunga a durissima diatriba contro troppo facili spiegazioni; che in realtà non spiegano nulla se non al prezzo di «attribuire a Dio qualcosa di ingiusto», per parafrasare il versetto finale del nostro brano, che la liturgia non ci ha fatto leggere.

Se Dio non è ingiusto, e Giobbe non merita tutto ciò che gli accade, a chi dare allora la colpa del male subito? L’unica risposta buona è racchiusa in un’altra domanda: e se non ci fosse colpa? Certo, la sofferenza è una prova della fede nella bontà di Dio e della vita. Ciò non vuol dire che sia Lui a mandarla. Semplicemente càpita. Chi ha fede, cioè intrattiene con Dio una relazione personale, resiste nel male non solo sopportandolo, ma impedendo che esso vinca ponendosi come l’ultima parola di senso, di verità del vivere. Dio non può essere così, uno che dà e toglie, che fa star bene e poi ti sommerge di mali. Solo perché è Dio non vuol dire che possa permettersi di essere capriccioso. Questa era la rappresentazione dei divini che offriva la religione greca. Perciò non è virtù quella di Giobbe che spiega il male così: Dio dà, Dio toglie; e può farlo in quanto tutto gli appartiene (e si sa, di ciò che è tuo puoi fare quello che vuoi. Davvero?). Sarà invece riconosciuto da Dio, alla fine, come virtuoso il Giobbe che si oppone a ogni spiegazione, specialmente a quella troppo facile che legge il male come una punizione.

La lettera ripete: il male appartiene alla vita. Non è in questione da dove arrivi e perché, è decisivo come lo si vive. Attingendo alla forza di Gesù, resistiamo nella certezza di essere salvati. Questa è la parola di verità alla quale siamo aggrappati, questo è il Vangelo.

Il brano evangelico ci ricorda che siamo servi. Un servo non ha certo delle pretese per aver fatto quanto gli è stato ordinato. Qui si annida la possibilità di un grave fraintendimento, che prende questa forma: con tutto quello che ho fatto, rinunciato, perduto per il Signore, non avrei diritto a un trattamento di favore, a ricompense, o addirittura ad essere risarcito? Gesù usa questa immagine fastidiosa, quella di un Dio padrone e di un credente servo, per ridire il nocciolo della questione: tutto quello che facciamo è semplicemente qualcosa che o viene dalla gratitudine per essere stati perdonati e salvati, oppure innesca cattive dinamiche di rivendicazione verso Dio.

Perciò, affermare che siamo servi inutili, che non abbiamo diritti da far valere giacché ci è stato dato già tutto, che quello che abbiamo fatto non è poi chissà che, rappresenta la verità della nostra posizione davanti a Dio e ai fratelli. La religione mercenaria del dare per avere, della ricompensa per i meriti, è religione inventata dagli uomini, è religione dell’idolo.