“Gloria” nella lingua del Primo Testamento vuol dire “peso”. Chi non ha mai desiderato che Dio imponesse al mondo il suo peso, in modo da potersene avvantaggiare essendo parte dei suoi seguaci? Ma ecco la parola che contraddice il desiderio: seguace è chi sta dietro, chi segue Colui che segna la via e accompagna il cammino, non invece chi pensa di conoscere la mappa dell’itinerario e le intenzioni di Chi lo guida. In questo secondo caso faremmo di Dio il nostro seguace, coltiveremmo la speranza che Egli stia al passo delle nostre attese, e inevitabilmente ne usciremmo delusi. Ed ecco l’insegnamento ricevuto da Mosè: «Vedrai le mie spalle», mi vedrai da dietro; di fronte è impossibile perché questo significherebbe che sai quando arrivo, da dove vengo e verso dove vado. Non lo sai, non perché io sono grande e tu sei piccolo, non perché io sono Dio e tu un microbo umano, ma perché parti da un pensiero su di me inadeguato. Vedermi quando sono passato, vuol dire invece saper seguire le tracce che lascio dietro di me. Tuttavia, sono tracce leggere, poco profonde, per nulla evidenti. La mia gloria non è il peso che infliggo alla storia umana, è il soffio di un invito, di un perdono, della cura misericordiosa che non mi stanco di riversare sul mondo intero attraverso umili servitrici e servitori della vita di tutti. Per questo, dopo la caduta intorno al vitello d’oro, eccomi pronto a concedere una seconda possibilità, nuove tavole dell’alleanza, la ripresa del cammino. Meraviglia delle meraviglie, la seconda volta sarà anche più meravigliosa della prima (Esodo 34,10ss.).
Paolo scrive ai Corinzi che i leader ai quali si richiamano per costruire fazioni e cercare così di prevalere sugli altri, sono da riconoscere come servitori della fede della comunità. Essi hanno il medesimo intento, sebbene abbiano assunto nella Chiesa nascente funzioni diverse. Ciascuno ha fatto la sua parte per un obiettivo condiviso che andava al di là della sua persona nel servire il campo, l’edificio, la Chiesa della quale non sono mai stati proprietari bensì servitori. Il servizio può fondarsi in Dio in quanto ne esprime lo stile. Il potere, invece, non può mai essere teologicamente fondato: Dio non vuole comandare, dominare, asservire. Da questo si capirà se un servizio è evangelico: è liberamente accettato da chi si fa servo di altri, ed è liberante per coloro ai quali è destinato.
Gesù nel Vangelo ci vuole seguaci, discepoli, destinati a ricevere il dono del regno di Dio. A chi voleva impedirgli la via della croce ha detto “Satana”. A chi cercava sicurezza, fama, affermazione e successo, ha suggerito di rivolgersi ad altri. A chi ha pensato di farsi maestro ha ricordato che si rimane discepoli sempre. Chi non sopporta il destino di “profeta” che il Vangelo gli propone, che vuol dire vivere di una parola che viene da Dio e solo di quella, rimpiangerà l’esistenza dei ricchi e dei sazi. Amare chi odia, benedire chi maledice, lasciarsi spogliare per amore… fare agli altri quello che si vorrebbe ricevere. Perché? Per il semplice e sconvolgente fatto che Dio è così.



