La prima lettura, presa da Siracide, ci riporta alla creazione. Essa esplicita l’intenzione di Dio quando pose l’uomo e la donna a presiedere tutto ciò che la terra contiene. Potrebbe disturbare la ripetuta sottolineatura del limite e della mortalità, poiché sembrerebbe in tal modo che Dio voglia mantenere l’umano sottomesso alla sua illimitatezza ed eternità. È soltanto per evitare che qualcuno si monti la testa di fronte alla grandezza delle sue attese verso di noi: infatti afferma che ci ha rivestiti di una forza pari alla sua, che siamo stati pensati a sua immagine, che tutto è stato posto sotto il dominio dell’uomo e della donna. Capaci di pensare, di capire, di discernere il bene e il male, di ammirare la grandezza delle opere divine. Insomma, siamo esseri capaci di vedere e apprezzare ciò che ci supera e che ci spinge a superarci. Ma nella giustizia, cioè nell’ascolto della Parola. Essere giusti come lo è Dio vuol dire apprezzare, cioè dare prezzo, a tutto ciò che esiste, in modo che niente e nessuno si senta senza valore. Neppure una vita che duri un attimo e sia senza alcuno splendore è senza senso. Anzi, agli occhi di Dio, e perciò anche ai nostri, è unica, inestimabile, e perciò imperdibile. Dovremo, tuttavia, guardarci da una tentazione sempre presente: quella di immaginare chi è Dio a partire da chi siamo noi. Possiamo e dobbiamo pensarci a partire da Dio, ma non si deve risalire da noi a Lui. In questo modo faremo un idolo. Per sapere chi siamo, dovremo aprirci e restare aperti alla rivelazione divina: solo conoscendo un po’ di più e meglio Lui, sapremo anche qualcosa di più e di meglio su di noi.
Paolo ci ricorda che la pienezza di ciò che siamo si è rivelata nel Figlio Gesù. In Lui sappiamo che perfino la morte non è più il nostro destino. Essere immagine di Dio Padre nel Figlio Gesù ci fa guardare all’eternità di ciascuno di noi. Perciò è tanto più riprovevole vedere l’umanità che si consegna agli idoli, cioè ad assoluti che non lo sono, ma che nel nostro cuore prendono il posto dell’unico vero assoluto, Dio. Da questo scambio fatale viene ogni male. Se eleggiamo ad assoluto ciò che non lo è, tutto si corrompe. Se invece torniamo alla rivelazione di Dio, ecco che tutto ciò che abbiamo apprezzato come assoluto torna ad essere quello che è: magari bello, perfino buono, ma relativo.
In cosa consiste allora l’assoluto di Dio? Cosa ci ha rivelato Gesù, nel suo Vangelo, quale sua essenza? La forza che si impone? Mai. La sapienza che resta per noi inarrivabile? Non dopo il dono dello Spirito che ci farà conoscere ogni cosa. Se le cose stanno così, la sua perfezione è l’amore. Nell’amore, e in quanto amore – cioè bene dell’altro, per l’altro, con l’altro – Dio è perfetto, forte, fedele, sapiente oltre ogni misura. Nell’amore, niente e nessuno può fermarlo, neppure l’inimicizia, il tradimento, il rifiuto. Ci dona tutto sé stesso. L’impossibile secondo gli uomini diventa possibile grazie allo Spirito Santo. Il compito che l’umanità attende, per poter sperare nonostante tutto, è che noi per primi non ci rassegniamo all’odio, al male, alla morte.


