Le dure parole di Barùc, segretario e collaboratore di Geremia, ridicono la tragedia dell’esilio. Il regno di Giuda e con esso la dinastia di Davide sembrano perduti per sempre. Con la Città santa e il suo Tempio, sono stati distrutti i segni dell’elezione divina. Con la deportazione, il popolo che non ha più la terra – dono dell’esodo e garanzia di libertà – è costretto a vivere lontano da casa. La reazione di molti fu di prendere atto dell’abbandono da parte di Dio rassegnandosi a vivere fuori dall’alleanza. Il profeta però vuole scuotere richiamando il motivo di tanto male: «Abbiamo peccato, siamo stati empi, siamo stati ingiusti». Non è stato Dio ad abbandonarci, dice Baruc piuttosto lo abbiamo abbandonato noi. È dunque la fine? No, perché possiamo ancora elevare una supplica: «Ascolta! Liberaci!». La consapevolezza del proprio male è già un inizio di cambiamento. La preghiera è una speranza che rinasce. La Legge divina, scrive san Paolo, che doveva servire mantenersi lontani dal peccato, è invece diventata strumento del male. Soprattutto per chi ritiene di averla osservata, essa è diventata occasione del peccato peggiore di tutti, l’orgoglio spirituale. Invece di servire a richiamare alla conversione sempre necessaria, è stata occasione di crudeli condanne. Doveva servire a mantenerci umili davanti allo spettacolo delle nostre infedeltà e invece si è trasformata in una cecità che impedisce di vedere il nostro male. Abbiamo pensato che l’osservanza di qualche comando ci avrebbe fatti vivere – e al diavolo il mondo dannato – e invece davanti al Vangelo di Gesù eccoci consapevoli di dimorare nella morte: infatti la salvezza non si può meritare, la si può soltanto accogliere in dono e poi custodire la libertà che ne deriva e la fecondità di vita per altri che ne scaturisce. Troviamo nel Vangelo un episodio che da subito fu avvertito dalle Chiese come assai imbarazzante. Migrò infatti da un Vangelo all’altro, quasi faticasse a trovare il suo posto. Ringraziamo che non si ebbe il coraggio di cancellarlo e che Giovanni ce lo abbia custodito fino ad oggi. Una donna viene trascinata davanti a Gesù per ascoltare il suo giudizio su di lei. Gli dicono che «è stata sorpresa in flagrante adulterio», cioè proprio nel mentre lo commetteva, mettendo così in evidenza l’ingiustizia di chi l’accusa: manca infatti l’adultero! Se la situazione non fosse tragica – la donna rischia la morte – sarebbe comica. Questi zelanti difensori della moralità mostrano infatti in maniera imbarazzante quanto poco equa sia la loro giustizia: punire senza appello – la donna è muta, ridotta al silenzio dalla violenza che la trascina, non parla neppure per difendersi o chiedere perdono –, punire solo la donna, nell’illusione di chiudere la crepa che lascia intravvedere l’abisso del male e così ripristinare l’illusione di aver messo a posto le cose. La reazione di Gesù riconsegna però ciascuno al nostro essere sempre fuori posto, e insieme richiama la cosa più importante di tutte anche se è la più difficile: far vivere e non, invece, dare la morte.