Il sacerdote Eli, in età avanzata, è amareggiato dal cattivo comportamento dei suoi figli. Approfittando della loro posizione essi prendono ciò che vogliono e si consegnano ad azioni segnate dai loro interessi e dall’idolatria. Al rimprovero del loro padre non cambiano né atteggiamento né comportamento. Non potranno dunque ereditare il ministero di Eli. Sarà piuttosto Samuele, il figlio adottivo, a prendere il posto di Eli e a fare anche più del suo predecessore: sarà profeta e giudice, e questo perché a differenza dei figli di Eli, ascolterà il Dio che gli parla. Eli, comprendendo che Dio chiama Samuele, lo invita a sollecitare Dio a parlare e dunque lo apre all’ascolto.

Tuttavia, quello che Samuele ascolterà da Dio sarà il compito al quale è chiamato e insieme la disgrazia del povero vecchio che gli ha fatto da padre: i suoi figli saranno ripudiati da Dio. Con coraggio il sacerdote di Silo chiederà a Samuele di dirgli quanto il Signore gli ha rivelato, e con umiltà accetterà la parola del Signore.

Paolo, come Samuele, ha accolto la rivelazione del Padre in Gesù: Egli è, e desidera essere riconosciuto, Padre di tutti. Degli ebrei certamente, ma anche dei pagani.

Quelli che erano giudicati lontani e perciò esclusi dall’elezione, sono invece coinvolti nella storia salvifica che il Figlio ha vissuto in mezzo a noi e che continua ad abitare da Risorto. C’è un disegno di dono, raccolta, unità, salvezza per tutti che attraversa ormai l’umanità intera. Paolo è chiamato a farsene annunciatore e testimone. Tutto questo è per lui, come per Samuele e ancora di più per Gesù, fonte di gratitudine, gioia e dedizione ogni volta rinnovata, sebbene porterà nella sua vita tribolazione e persecuzione. Riunire le persone insegnando loro ad amare, non fa gli interessi di chi detiene il potere e scatena l’opposizione di quei poteri che invece prosperano grazie a divisioni e violenze.

Il Vangelo racconta la chiamata dei primi discepoli. Il brano segue le tentazioni nel deserto e l’enunciazione sintetica della predicazione di Gesù: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Se nel deserto Gesù ha rifiutato di fare il potente, raccogliendo nelle sue mani tutto il potere dei regni di questo mondo, lo ha fatto in nome del regno di Dio che è qualcosa d’altro, uno spazio di fraternità e servizio reciproco. Perciò l’annuncio che questo Regno è vicino non è una minaccia, bensì un Vangelo, una buona notizia. Almeno per chi non ha troppo da perdere. Chi viene chiamato a seguire questo Vangelo, che si incarna in Gesù, è pertanto invitato a seguire la via che raccoglie, non quella che separa; la via che fa vivere, non quella che fa morire; la via che libera, non quella che rende schiavi. È la via della fraternità: chiama infatti due coppie di fratelli, perché il Regno annunciato deve potersi vedere nelle relazioni alla pari, non invece nella gerarchia patriarcale. Questo è il segno grande che accompagna annuncio e testimonianza. Se non crea unione, servizio reciproco, libertà, non può essere annuncio e testimonianza della comune parentela nel Padre.