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«È il primo Terra Madre senza Carlo Petrini, quindi dobbiamo farlo ancora più bello che mai». Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia, parla della nuova edizione della manifestazione senza nascondere il peso dell’assenza del suo fondatore. «La sua eredità non può essere raccolta da una sola persona, ma ha bisogno di una moltitudine. In quarant’anni Carlin ha fatto un lavoro culturale e un’elaborazione intellettuale talmente importanti che oggi c’è bisogno di tante persone per portarle avanti insieme, come una grande comunità».
Il filo conduttore di questa edizione è la biodiversità, intesa non soltanto come patrimonio da difendere, ma come una vera scelta di futuro. Il claim dell’evento è Biodiversity, ma anche B-diversity, cioè un’esortazione attiva (sii diversità) a superare l’uniformità e a proteggere la pluralità, non solo ecologica ma anche umana e culturale. «La biodiversità è la nostra garanzia di sopravvivenza, perché permette a tutto il vivente di adattarsi ai cambiamenti sempre più repentini. Ma vogliamo intenderla anche come qualcosa a cui tendere, ribaltando il paradigma industrialista che ci vuole tutti uguali e standardizzati. La diversità, invece, arricchisce le società».


Un concetto che, secondo Nappini, trova nel cibo un esempio particolarmente felice. «La cucina italiana nasce non dalla purezza, ma dalla diversità. Nei secoli popoli diversi sono approdati in Italia, l’hanno attraversata, contaminata e arricchita. Guerre, incontri, matrimoni e migrazioni hanno contribuito alla nostra ricchezza culturale, gastronomica e agricola. Il cibo è memoria, affetto, consuetudine».
Al centro ci sono anche l’agricoltura familiare e quella sociale. «L’agricoltura familiare, o di piccola e media scala, ha una dimensione artigianale, non industriale, ed è ancora oggi quella che sfama la maggior parte delle persone nel mondo. È un’agricoltura che tutela il territorio, la biodiversità e le comunità. In Italia è soprattutto l’agricoltura delle aree interne, dell’Appennino e delle Alpi, quella che ha contribuito alla nascita di molte delle nostre eccellenze».


E l’agricoltura può essere anche inclusione. «È un ambito che si presta molto al coinvolgimento di persone fragili, sia attraverso l’inserimento lavorativo sia, in alcuni casi, con attività terapeutiche. Ci sono esperienze bellissime: io stessa ho partecipato a progetti di ortoterapia con adulti con disabilità grave. Anche questo significa biodiversità: riconoscere il valore di ciò che è diverso. Perché, in fondo, siamo tutti il diverso di qualcun altro».






