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Giorgio Arnaudo con il figlio Matteo.
L’agricoltura familiare è molto più di un modello produttivo: è un modo di coltivare e allevare in cui famiglia e azienda crescono insieme, affidandosi soprattutto al lavoro dei propri membri. È la forma di agricoltura più diffusa al mondo: secondo la FAO, le aziende familiari gestiscono circa il 75 per cento delle risorse agricole mondiali e producono oltre l’80 per cento del cibo globale, in termini di valore. Sono inoltre custodi di territori, biodiversità, tradizioni e comunità rurali.
Un esempio arriva da Demonte, nel Cuneese, a circa 800 metri di altitudine, dove Giorgio Arnaudo conduce con la famiglia un allevamento di bovini di razza piemontese. «In famiglia siamo io, mia moglie, un figlio e una figlia», racconta. In azienda lavorano soprattutto il figlio Matteo, 20 anni, e il futuro genero Paolo, 28: «Questo è il nostro gruppo di lavoro». Una scelta che unisce generazioni e trasforma il lavoro agricolo in un progetto condiviso.
Qui le vacche trascorrono sei-sette mesi all’anno al pascolo e nei mesi più freddi vengono ricoverate in stalla. «Abbiamo cercato di utilizzare al massimo l’ambiente che abbiamo a disposizione», spiega Arnaudo. Per lui il benessere degli animali è legato anche alla qualità di ciò che arriva sulla tavola: «Gli animali sono più rilassati, più tranquilli e più a contatto con la natura». E aggiunge: «Io penso che la qualità delle produzioni risponda anche allo stato in cui si trova l’animale».
A fare la differenza è anche l’alimentazione. Da oltre trent’anni l’azienda non ara i terreni, ma conserva prati stabili ricchi di erbe autoctone: «In ogni metro quadrato possono esserci 20, 30 o anche 50 varietà di erbe diverse». Il fieno prodotto in azienda alimenta gli animali durante l’inverno. Una biodiversità che, secondo Arnaudo, si ritrova nel prodotto finale: «Se parliamo di latte, lo ritroviamo nel latte; se parliamo di carne, lo ritroviamo nella carne». E anche il formaggio, che nasce da quel latte, porta con sé il carattere di quei prati.
Per Arnaudo, dunque, qualità significa anche rispetto della terra, degli animali e del lavoro familiare. E guarda ai giovani con fiducia: «Mi sembra che i giovani stiano arrivando con un’attenzione ancora maggiore» verso l’ambiente e pratiche produttive sostenibili. Saranno loro, conclude, «a inserirsi negli allevamenti e nelle aziende e a portarle avanti, con le loro idee e le loro scelte».






