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Le ultime e ripetute ondate di calore hanno segnato profondamente i ghiacciai, da anni messi alla prova dal surriscaldamento globale. Dal Nepal all’Italia, il loro scioglimento provoca disastri e morte, e a preoccupare è anche l’impatto idrologico e sul sistema energetico e di approvvigionamento dell’acqua. Con Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi Legambiente, analizziamo lo stato di salute dei corpi glaciali e l’approfondimento continua poi su Famiglia Cristiana in edicola da giovedì.
«Come stanno i ghiacciai delle Alpi? Male, molto male. La loro regressione è accelerata e inesorabile». Vanda Bonardo, 72 anni, è la responsabile nazionale Alpi di Legambiente nonché la presidente di Cipra Italia, la Commissione internazionale per la protezione delle Alpi. Anche quest’anno ha seguito la Carovana dei ghiacciai, il viaggio di Legambiente nel cuore dei ghiacciai per raccontarne il cambiamento e costruire il futuro delle montagne. Più che un “viaggio”, quest’edizione in particolare è stata una “via crucis”:


«Le ondate di calore dell’estate hanno lasciato il segno, i ghiacciai visitati solo pochi anni fa si sono del tutto trasformati». Davanti a uno scenario da fine del mondo, l’impatto emotivo – dice l’esperta – è stato forte. E i dati parlano da sé: in Val Veny, ai piedi del Monte Bianco, dal 2020 il ghiacciaio del Miage si è abbassato mediamente di 15 metri, un’altezza pari a un edifico di cinque piani. Complici le alte temperature, il ghiacciaio Planpincieux - che domina la vicina Val Ferret - a luglio si è mosso a una velocità pari di fino a due metri al giorno. «In 6 anni il Ghiacciaio del Miage si è abbassato tanto quanto nei 40 fra il 1980 e il 2020 – nota Bonardo – eppure sarebbe tra i ghiacciai più resilienti perché coperto da detriti che fungono da isolante».


Altro caso emblematico, il Ghiacciaio dei forni in Val Tellina, provincia di Sondrio: «Era il secondo più grande d'Italia, sta morendo», sintetizza l’esperta. A preoccupare è il ritmo con cui si fonde ma anche il suo annerimento, l’aumento della copertura detritica e la disgregazione della fronte: da inizio secolo è arretrato di 3 chilometri e nelle giornate più calde arriva a perdere 10 centimetri di spessore al giorno. «La lingua inferiore oggi è tagliata rocce, fino a qualche anno fa coperte dal ghiaccio – prosegue ancora Bonardo – presumibilmente si dividerà in due o tre ghiacciai di dimensioni ridotte».
Stando a rilevamenti dell’Università degli Studi di Milano, dal 2014 al 2022 la fronte del ghiacciaio si è ritirata di oltre 400 metri e in alcuni punti la perdita di spessore è stata di 70 metri, ovvero un palazzo di venti piani. A pesare sullo stato di salute del Ghiacciaio non sono poi solo le alte temperature, ma anche gli eventi meteo estremi come le piogge che a fine agosto hanno colpito anche in quota le Orobie Valtellinesi.


La crisi climatica, insomma, non fa sconti. I ghiacciai alpini muoiono e lo stillicidio è ovunque. Dalla Marmolada al Monviso, dei 900 presenti sul versante italiano delle Alpi – di cui 200 mappati – nessuno può dirsi indenne: chi più chi meno, a seconda dell’esposizione, dalla conformazione e dal tipo di alimentazione, sono tutti in sofferenza. «L'Adamello è il più grande ghiacciaio italiano ma si trova al di sotto dei 3.500 metri, nell'arco di qualche decennio sparirà». Bonardo, suo malgrado, non può che essere lapidaria. Vacilla perfino il ghiacciaio occidentale del Montasio, in Friuli: grazie all’esposizione a nord e alla frequente alimentazione di neve data dalle valanghe che si staccano dai ripidi pendii circostanti, era considerato il più resiliente dell’arco alpino ma oggi si presenta appiattito e in parte annerito. Ha perso parte della sua copertura detritica ed è segnato da crolli di rocce. Emblema della sua sofferenza, la grande cavità nel settore superiore, in parte crollata proprio durante l’osservazione di Legambiente.


E se un tempo perfino il Gran Sasso, in Abruzzo, vantava il Ghiacciaio del Calderone, ora sappiamo che entro il 2050 tutti i corpi glaciali al di sotto dei 3.500 metri di quota spariranno. «Lo scenario potrebbe diventare meno apocalittico solo se cominceremo a immettere in atmosfera meno anidride carbonica – chiosa Bonardo –. In questo caso a fine secolo potremmo trovarci con ancora il 30% dei ghiacciai esistenti, viceversa rimarranno solo pochi lembi in alta quota, tutti al di sopra dei 3.500 metri».
Quando citiamo i teli geotessili con cui il Ghiacciaio del Presena, in Trentino, viene coperto dal 2008, l’esperta alza il sopracciglio: «Servono per mantenere le piste dello sci estivo, non certo il ghiacciaio». Per Legambiente non ci sono alternative: «O cambiamo il nostro stile di vita e i governi impostano politiche volte al rispetto degli accordi di Parigi, oppure il destino è segnato».
L’ambiente montano si sta trasformando a una velocità impressionante, sconvolgente e sconcertante. «Cambiano gli ecosistemi, i reticoli idrografici e si liberano enormi aree deglacializzate. È indispensabile e non più rinviabile una seria riflessione e una pianificazione del territorio a 360 gradi – chiude l’esperta - Per questo portiamo avanti il Manifesto europeo per una governance dei ghiacciai: solo attraverso una collaborazione efficace e un impegno condiviso sarà possibile garantire un futuro sostenibile per i ghiacciai e le comunità che da essi dipendono».










