Le 19:56 di lunedì 6 aprile passeranno alla storia. Grazie a Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen che in quel momento sono diventati gli esseri umani più lontani dalla Terra che siano mai esistiti. In quel preciso momento, rilevato dai sistemi di tracciamento della NASA al Johnson Space Center di Houston, la capsula Orion della missione Artemis II aveva superato i 400.171 chilometri di distanza dal nostro pianeta, il record che apparteneva ad Apollo 13 dal 1970. Non a un'impresa trionfale, per ironia della sorte, ma a quella missione segnata dal guasto che costrinse tre astronauti a un rientro d'emergenza che entrò nella leggenda.

Artemis II non si è fermata lì. Nelle ore successive, Orion ha continuato a volare, raggiungendo la distanza massima di 406.771 chilometri dalla Terra, 406.771 chilometri, superando il vecchio primato di oltre 6.600 chilometri. Per qualche ora, i quattro astronauti a bordo sono stati semplicemente le persone più remote che abbiano mai abitato l'universo.

Il sorvolo

La giornata del 6 aprile è iniziata nel pomeriggio americano, con il record che è scattato ufficialmente alle 13:56 ora di Houston. Poi è iniziato il vero spettacolo: il sorvolo lunare, il flyby, il momento per cui Artemis II esiste. Per sette ore, mentre Orion disegnava la sua traiettoria intorno alla faccia nascosta della Luna, i quattro astronauti si sono alternati agli oblò per osservare, fotografare, descrivere a voce quello che vedevano, trenta siti geologici selezionati dalla NASA, dai crateri antichi di miliardi di anni al bacino Orientale, a zone che nessun occhio umano aveva mai incontrato prima.

I cambiamenti di colore della superficie lunare, difficili da rilevare persino dalle immagini satellitari, erano invece nitidi e accessibili alla percezione diretta degli astronauti. Nella sala di controllo dedicata alla scienza, i geologi seguivano in tempo reale, entusiasti. Wiseman ha anche sollevato il suo iPhone verso una telecamera di bordo per mostrare una fotografia scattata direttamente dall'oblò: la Luna, ingrandita, reale, vicina come non era mai stata per nessuno in cinquant'anni.

La massima vicinanza alla superficie lunare è arrivata poco dopo le 19:00, con Orion a circa 4.067 miglia, poco più di 6.500 chilometri, dalla Luna. Nel punto più prossimo, secondo quanto riferito dall'equipaggio in diretta, il satellite appariva grande quanto un pallone da calcio tenuto a braccio teso.

Il silenzio di quaranta minuti

Poco prima delle 20:45 italiane, le comunicazioni si sono interrotte. Orion era passata dietro la Luna, e per quarantadue minuti la Terra non ha potuto sentire niente. In quell'intervallo, gli astronauti hanno vissuto qualcosa che nessuno aveva vissuto: hanno visto la Terra tramontare oltre il bordo lunare, l’"Earthset", e poi, emergendo dall'altra parte, hanno assistito all'"Earthrise", la Terra che sorgeva di nuovo in lontananza.

La scena ha inevitabilmente richiamato la fotografia più famosa della storia dell'esplorazione spaziale, quella scattata da Apollo 8 nel dicembre 1968, quando per la prima volta nella storia un essere umano aveva visto il proprio pianeta affacciarsi oltre un altro corpo celeste. Wiseman, una volta ristabilite le comunicazioni, ha ripreso a parlare con Houston: «Che vista maestosa, là fuori».

Nel corso dell'eclissi solare che ha preceduto la fine del sorvolo, l'equipaggio ha potuto studiare la corona del Sole, il suo strato più esterno, mentre brillava attorno ai bordi della Luna, e osservare i lampi prodotti dai meteoriti che colpivano la superficie.

Prima volta

Artemis II non ha soltanto riscritto i numeri. Ha scritto anche dei nomi. Victor Glover è diventato il primo afroamericano a girare intorno alla Luna; Christina Koch la prima donna. Jeremy Hansen, unico non americano dell'equipaggio, il primo canadese. Tutti e tre primati che nei decenni del programma Apollo erano rimasti irraggiungibili, perché quegli equipaggi erano composti esclusivamente da uomini bianchi e americani.

Poco dopo aver superato il record di Apollo 13, l'equipaggio ha chiesto alla NASA il permesso di dare un nome a due crateri appena osservati: "Integrity", come la loro capsula, e "Carroll", in memoria della moglie di Wiseman, morta di cancro nel 2020. Wiseman ha pianto. Tutti e quattro si sono abbracciati. La proposta dovrà essere approvata dall'Unione Astronomica Internazionale.

Hansen, il canadese, ha letto un messaggio preparato per l'occasione: «Lo facciamo per rendere onore agli straordinari sforzi e alle imprese di chi ci ha preceduto nell'esplorazione spaziale. Ma soprattutto, scegliamo questo momento per lanciare una sfida a questa generazione e alle prossime, in modo che questo record non duri a lungo».

La strada di casa

Terminato il sorvolo, Orion ha invertito la traiettoria. I quattro astronauti stanno tornando. L'ammaraggio è previsto al largo delle coste di San Diego il 10 aprile, nelle prime ore della serata americana. Nei giorni che mancano, continueranno i test di bordo, sistemi di sopravvivenza, procedure d'emergenza, controllo manuale della capsula, quelli che serviranno a certificare Orion per le missioni successive.

Artemis III, prevista per il 2027, porterà un equipaggio in orbita lunare per esercitarsi con i veicoli di discesa. Artemis IV, nel 2028, tenterà l'allunaggio vero, vicino al polo sud della Luna. Il programma procede, ma quello che è accaduto lunedì resterà a sé: al termine della loro missione, i quattro astronauti di Artemis II avranno percorso oltre un milione e seicentomila chilometri, e saranno, di tutti i miliardi di esseri umani mai nati sulla Terra, quelli che si sono allontanati di più dal pianeta in cui la nostra specie si è evoluta.

Almeno per ora.