La moderatrice Sabina Fedeli ha aperto con una citazione di Albert Camus del 1970: «Non possiamo impedire a questo mondo di essere un mondo in cui si torturano i bambini, ma possiamo fare in modo che meno bambini vengano torturati». Fu Ida Borletti a sentirla come una chiamata personale e a fondare il CAF. Quasi cinquant'anni dopo, l'associazione gestisce comunità residenziali dove ragazzi allontanati dal tribunale per i minorenni vivono 365 giorni l'anno, 24 ore su 24.

Il libro — scritto a più mani da psicologi, educatori e coordinatori — è la prima documentazione sistematica di quel metodo. Laura Calabresi, responsabile clinico del CAF, ne ha spiegato il cuore: «Riparare significa innanzitutto offrire un riparo. Nessun lavoro terapeutico può avvenire se prima questi bambini non sperimentano la comunità come un luogo sicuro».

L'immagine della locandina

Sono bambini abituati all'imprevedibilità e alla violenza: «Non sanno se la mattina qualcuno li porterà a scuola, non sanno se tornano a casa e troveranno un papà che sta picchiando la mamma». Solo quando la paura lascia spazio alla fiducia si passa al secondo significato: «Il trauma non passa, lascia cicatrici indelebili. Ma un lavoro meticoloso fa sì che questi bambini stratifichino quotidianamente esperienze positive, ricostruiscano autostima e un senso di sé».

Gustavo Pietropolli Charmet, psicoterapeuta e presidente onorario del CAF, con quarantacinque anni di osservazione alle spalle: «Questi bambini non sono malati. Erano in prima linea nella lotta fra l'uomo e la donna travestiti da madre e da padre. Non erano al riparo. Bisognava metterli al riparo». Il dispositivo che lo rende possibile non è il singolo psicologo ma la comunità in quanto tale: «È questione di curare nei più piccoli dettagli questo dispositivo, dove pian pianino si aggiusta tutto e si riconquista la fiducia».

Sul versante istituzionale, Paola Ortolan, presidente del Tribunale per i Minorenni di Milano, ha descritto un sistema in affanno: «I tribunali per i minorenni hanno mantenuto piante organiche su bisogni di una società di cinquant'anni fa. Con la legge Cartabia, come minimo dovremmo essere il doppio di quelli che siamo». E il problema è a monte e a valle: «Il nostro decreto ha senso solo se dopo qualcuno fa qualcosa. La coperta è corta».

Lamberto Bertolè, assessore al Welfare del Comune di Milano, ha sfatato il mito più diffuso: «In Italia abbiamo 3,5 per mille di minori allontanati, la media OCSE è dell'otto. Non abbiamo un eccesso di allontanamenti». Eppure la narrazione pubblica racconta il contrario, con effetti concreti: «Allontaniamo le famiglie più fragili dal sistema dei servizi. Dovremmo creare un sistema di fiducia, non qualcosa da cui nascondersi».

A chiudere, l'immagine più potente della giornata: sopra quasi ogni letto nelle comunità CAF c'è un foglietto con la parola «mamma» — anche quando la mamma è stata quella che ha fatto del male. Charmet: «Loro continuano a crederci, che esista la mamma, e che prima o poi la vera riparazione si riuscirà a farla lì, sulla famiglia».