Carceri italiane inadeguate e poco attente alla Costituzione per entrambi i sessi ma afflittive soprattutto per le donne, per le quali “rappresenta spesso un aggravio di pena”. Lo sostiene l’architetto Cesare Burdese, tra i più quotati progettisti italiani di luoghi di detenzione. “Sulla carta – afferma - la pena detentiva consiste esclusivamente nella privazione della libertà personale e deve essere eseguita in luoghi che la Costituzione vuole umani, dignitosi e orientati alla rieducazione.

Nella realtà, però, la quasi totalità delle 190 carceri italiane in funzione, per degrado e condizioni strutturali, smentiscono questo, compromettendo dignità della detenzione, reinserimento sociale, dignità degli operatori”. Inadeguatezza con radici “storiche”, incalza il progettista: “gli istituti penitenziari sono stati storicamente progettati sulla popolazione maschile e non tengono adeguatamente conto delle esigenze specifiche femminili: salute, supporto psicologico, maternità, tutela del rapporto con i figli e percorsi di reinserimento adeguati. E molte provengono da contesti di fragilità sociale, violenza, dipendenze o marginalità e spesso portano il peso della responsabilità familiare e della cura dei figli. Per questo il trattamento penitenziario dovrebbe essere costruito sulle loro specifiche esperienze personali e sociali, in luoghi adeguatamente strutturati”. “Ancora marginale – accusa l’architetto - il riferimento alla condizione femminile. La legge di riforma penitenziaria del 1975 disciplina l’ordinamento penitenziario e il trattamento dei detenuti, ponendo al centro la finalità rieducativa della pena prevista dall’articolo 27 della Costituzione. Ma dedica alle detenute attenzione limitata, considerandole inizialmente soprattutto come soggetti da separare dagli uomini e, in seguito, prevalentemente nella loro dimensione materna, attraverso tutele legate a gravidanza, presenza dei figli piccoli, assistenza sanitaria e alcune misure alternative al carcere”.

Mancano “interventi organici riguardanti gli spazi detentivi, i percorsi lavorativi ed educativi e il supporto psicologico. Devono essere progettati su una dimensione più umana: ambienti meno oppressivi, più luminosi, con spazi comuni adeguati, aree verdi, luoghi dedicati alla formazione, al lavoro e al supporto psicologico. Nello specifico, dovrebbero essere tenute in debito conto le specificità della detenzione femminile, creando ambienti pensati non solo per la sicurezza, ma anche per la cura, l’ascolto e l’autonomia della persona. Occorre maggiore attenzione alla maternità, alla salute ginecologica e mentale, ai percorsi formativi, alla relazione con i figli e alla dimensione relazionale. A volte persino gli assorbenti sono un problema”. Cita la Casa Circondariale della Giudecca, “uno dei principali istituti femminili italiani dove negli ultimi anni si sono sviluppati progetti educativi, laboratori e attività lavorative, con impostazione meno solo custodiale e più orientata al reinserimento.

Oltre confine, in Norvegia, Regno Unito, Paesi Bassi, Spagna, i sistemi penitenziari offrono servizi specifici rivolti alle donne: si distinguono per un approccio più centrato sulla persona detenuta, risolto anche in termini architettonici”. Prevedono “la presenza di unità madre-bambino, spazi dedicati alla cura della salute mentale e al supporto per traumi o violenze subite, e programmi più strutturati di formazione e reinserimento lavorativo e nei modelli più avanzati si registra anche minore sovraffollamento e maggiore attenzione al mantenimento dei legami familiari”. Burdese, incaricato nel 2013 della progettazione di una struttura alternativa al carcere per madri detenute, ricorda che “da qualche anno era stata varata la legge 62/2011 che aveva introdotto gli Icam (acronimo per Istituti a custodia attenuata per detenute madri ndr), con obiettivo di tutelare il rapporto madre–figlio riducendo la detenzione in carcere tradizionale, per cercare di ridurre la dimensione traumatica della detenzione infantile. Delicato tema che mi era stato affidato e persino drammatico: progettare un luogo detentivo dove ospitare con la mamma detenuta. Ed è stato realizzato come lo avevo concepito, uno spazio organizzato come una casa collettiva: zona giorno con cucina, soggiorno e aree gioco; una zona notte con camere e servizi dedicati; spazi esterni attrezzati e ambienti destinati ad attività educative e socialità quotidiana. Impianto architettonico deliberatamente teso a disinnescare l’immagine carceraria”. Filosofia progettuale di Burdese che si concretizzata in camere arredate con mobili di tipo residenziale; ambienti luminosi con colori e materiali domestici; porte e infissi richiamanti un’abitazione comune e dove la sorveglianza è discreta e tecnologica. “Il principio progettuale che ha guidato il mio intervento – precisa - è stata la ricerca di un equilibrio tra esigenze diverse e solo apparentemente inconciliabili di sicurezza e il controllo, normalità della vita per madre e bambino, attenuazione della dimensione punitiva per ridurre traumi e discontinuità nello sviluppo infantile. Ne è scaturito un modello ibrido tra casa e istituto di pena, nel quale la detenzione permane, ma cerca di rendersi il meno possibile percepibile nella vita del bambino”.

Nell’ultimo rapporto dell’Associazione Antigone, al 31 marzo 2026 erano attivi gli Icam di Torino, Milano San Vittore, Lauro e Venezia e e nelle carceri c’erano 22 madri con 26 bambini: al 31 marzo 2025 le donne erano 2.703, il 4,3% dell’intero numero di detenuti. Tre attualmente le interamente femminili: Rebibbia a Roma (375 presenze per 272 posti, il più grande d’Europa) Giudecca a Venezia e Trani. L’80% è in sezioni femminili interne a 46 istituti in prevalenza maschili; 766 le straniere, 28,3% del totale femminile. In maggioranza romene, nigeriane e marocchine per reati soprattutto di marginalità economica, consumo o piccolo traffico di droga, vulnerabilità e dipendenza. Rari i reati violenti.

Chi é ’architetto Cesare Burdese

L’architetto Cesare Burdese di Torino, è considerato tra i più qualificati in Italia in architettura carceraria e relativa progettazione. Come conferma la sua carriera e gli incarichi ricoperti nel tempo: dalla Commissione tecnico-consultiva sui problemi del carcere del Comune di Torino ad essere stato membro della Commissione ministeriale presso il Ministero della Giustizia per proposte in materia penitenziaria e di quella ministeriale Architettura Penitenziaria presso il Ministero della Giustizia. Ha progettato carceri e strutture detentive in Italia ed all’estero, pubblicato numerosissimi articoli ed ha partecipato ad innumerevoli convegni specialistici come relatore per la sua competenze ed esperienza. Linee guida della sua attività la progettazione umanizzata delle carceri con grande e specifica attenzione agli Icam, acronimo per istituti a custodia attenuata per madri detenute e la riqualificazione degli spazi penitenziari ed il rapporto carcere-città.