Aveva vent'anni, sognava di diventare calciatore professionista e di laurearsi in ingegneria. Lasciò Bengasi nell'estate del 2015, in fuga da una guerra civile che aveva fatto del suo paese un cumulo di macerie. I canali umanitari – ancora oggi molto pochi e difficoltosi – non esistevano, ottenere un visto era impossibile: l'unica strada era salire a bordo di un barcone insieme a tre amici, anche loro calciatori. Quando quella barca fu intercettata dalla Marina italiana al largo della Sicilia, nella stiva c'erano i corpi di quarantanove persone morte asfissiate. Per lo Stato italiano, Alaa Faraj, all'anagrafe Alla F. Hamad Abdelkarim, era uno degli assassini. Condannato a trent'anni di carcere, ne ha scontati dieci. Il 18 maggio 2026, la Corte d'appello di Messina ha ordinato la revisione del processo e disposto la sua liberazione immediata. Non è ancora un'assoluzione. È qualcosa che, nel diritto processuale italiano, le si avvicina maledettamente: il riconoscimento formale che forse, probabilmente, è stato commesso un errore giudiziario.

La notte di Ferragosto e l'accusa impossibile

Era la notte tra il 13 e il 14 agosto 2015 quando la nave su cui viaggiava Alaa fu soccorsa al largo di Lampedusa. A bordo c'erano 362 persone. Sbarcati a Catania insieme a più di trecento superstiti, Alaa e i suoi compagni vennero arrestati come "membri dell'equipaggio" con l'accusa di favoreggiamento dell'ingresso illegale e omicidio plurimo. Il meccanismo con cui si individuano i presunti scafisti è uno dei capitoli più oscuri della gestione italiana dei flussi migratori: spesso si tratta di riconoscimenti operati immediatamente dopo lo sbarco, su testimonianze rese da persone esauste, traumatizzate, che non dormivano e non mangiavano da giorni.

Due testimoni sui nove sentiti, selezionati con criteri non documentati, dichiararono che Alaa si occupava di distribuire l'acqua e mantenere l'ordine sul barcone. Si trattava di donne sotto choc, allo stremo delle capacità fisiche e psichiche, che avevano perso familiari durante la traversata, come ha spiegato l'avvocata Cinzia Pecoraro, che lo assiste da anni. Su quelle parole fu costruita una condanna definitiva a trent'anni di prigione, confermata in via definitiva nel 2021. I veri trafficanti, quelli che organizzano i viaggi della morte, che gestiscono i campi di detenzione in Libia, che incassano il denaro, restavano introvabili, o peggio, erano ospiti graditi del governo italiano. Come ha ricordato Alessandra Sciurba, docente di filosofia del diritto all'Università di Palermo che ha conosciuto Alaa durante un laboratorio all'Ucciardone: «I veri trafficanti sono Bija, Al-Kikli e Almasri, che l'Italia invita, cura nei nostri ospedali e riporta a casa con l'aereo di Stato».

Il processo e i dubbi che nessuno volle ascoltare

Fin dall'inizio, la condanna di Alaa Faraj fu circondata da perplessità che la macchina giudiziaria faticò a elaborare. Un'inchiesta del giornalista Lorenzo D'Agostino per IrpiMedia aveva mostrato che Alaa Faraj e le altre persone accusate di essere scafisti erano state identificate sulla base di informazioni inaffidabili. Nuovi testimoni, sentiti dalla difesa in condizioni di maggiore lucidità, a distanza di tempo dallo sbarco, smentirono la versione originale: a bordo, nessuno manteneva l'ordine né distribuiva acqua. Ma quando la difesa presentò una prima richiesta di revisione, la Corte d'appello di Messina la respinse in modo paradossale: certificò «lo scarto che indubbiamente esiste tra il diritto e la pena legalmente applicata e la dimensione morale della effettiva colpevolezza», e suggerì di chiedere la grazia al Presidente della Repubblica. Un cortocircuito che l'avvocata Pecoraro definì «un'abnormità dal punto di vista giuridico».

La grazia di Mattarella: la coscienza dove la legge non arriva

Sergio Mattarella arrivò fin dove le sue facoltà di Presidente gli consentivano. Nel dicembre 2025 concesse ad Alaa la grazia parziale: uno sconto di pena di undici anni e quattro mesi, riducendo la pena residua a circa nove anni. Il provvedimento teneva conto, come si legge nel decreto, «del parere favorevole del Ministro della Giustizia, della giovane età del condannato al momento del fatto» e del «proficuo percorso di recupero avviato in carcere». Una grazia parziale non è un'assoluzione. Non dice che Alaa è innocente. Dice che la pena inflitta è sproporzionata. È il massimo che un capo di Stato può fare senza smontare la sentenza di un tribunale. Un gesto di umanità istituzionale in un momento in cui l'umanità sembrava scarsa merce nella politica migratoria italiana.

Dieci anni all'Ucciardone, e un libro

Nel frattempo, Alaa Faraj non si era fermato. Nei dieci anni in cui è rimasto in carcere ha finito le scuole medie, si è diplomato alle superiori e si è iscritto all'università di Scienze politiche. Ha imparato l'italiano. Ha scoperto la scrittura. «Forse sono l'unico pazzo al mondo ad avere questa idea, ma ho sempre cercato di vivere il carcere come un'opportunità. Qui ho scoperto che il più grande strumento di inclusività e accoglienza è la cultura», disse in un video girato durante la detenzione.

L'incontro in carcere con Alessandra Sciurba lo ha trasformato in scrittore. Da quel rapporto epistolare nacque Perché ero ragazzo, pubblicato da Sellerio nel settembre 2025. Il libro ha vinto il Premio Terzani 2026. La misura di clemenza di Mattarella gli ha dato ragione, riconoscendo l'assoluta sproporzione della pena, senza però annullarla per intero. Alaa aveva detto, presentando il libro sul sagrato della Cattedrale di Palermo: «Userò ogni strumento culturale e umano che le istituzioni italiane mi metteranno a disposizione per difendermi senza mai offendere. Sarà sempre questa la mia stella polare».

Il 18 maggio 2026: la revisione

La svolta è arrivata il 18 maggio 2026. La Corte d'appello di Messina ha accolto l'istanza di revisione del processo presentata dall'avvocata Cinzia Pecoraro, con la contestuale sospensione dell'esecuzione della pena. La prima udienza della revisione sarà il 9 ottobre. La revisione del processo è una possibilità estrema e straordinaria prevista dal codice di procedura penale per correggere un errore giudiziario che abbia portato a una condanna definitiva e irrevocabile. A fondamento dell'istanza, le testimonianze di tre persone che erano presenti sulla barca con cui Alaa arrivò in Italia, e della persona che l'aveva effettivamente guidata.

Dopo dieci anni, Alaa Faraj è uscito dal carcere Ucciardone di Palermo. Non è libero nel senso pieno del termine: il processo deve ancora svolgersi, e solo con l'assoluzione potrà davvero voltare pagina. Ma è fuori. Respira aria che non filtra attraverso una grata.

Il clima politico: la retorica degli scafisti come schermo

La storia di Alaa Faraj non è un caso isolato. Si inscrive in un sistema che, nell'ultimo decennio, ha trasformato la figura dello "scafista" in un capro espiatorio politicamente redditizio. Le autorità italiane definiscono "scafista" chi guida le imbarcazioni su cui le persone migranti arrivano in Italia. È un concetto controverso: spesso si tratta di altri migranti, e quindi vittime a loro volta del traffico di esseri umani. In Italia negli ultimi anni decine di persone sono state arrestate con l'accusa di essere scafisti. I trafficanti che organizzano e gestiscono questi viaggi restano invece difficili da processare.

Sotto i governi di centrodestra, e in particolare con l'ascesa di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi nell'ottobre 2022, la lotta agli scafisti è diventata il simbolo di una politica migratoria esibita come deterrente totale. Eppure i numeri raccontano una storia più complicata. Nel 2023 — primo anno pieno di governo Meloni — gli sbarchi sulle coste italiane superarono quota 157.000, livelli comparabili a quelli del 2015-2016 e nettamente superiori ai 105.000 del 2022. Nel 2024 e nel 2025 i flussi si attestarono intorno alle 66.000 unità, in calo rispetto al picco del 2023 ma in un quadro ormai definito dagli analisti come "fenomeno strutturale, lontano dalla retorica dell'emergenza". I dati aggiornati al maggio 2026 mostrano una riduzione più marcata degli sbarchi, ma anche un aumento della pericolosità delle traversate: secondo l'OIM, le vittime e i dispersi nel Mediterraneo centrale hanno superato quota 800 dall'inizio dell'anno. Meno arrivi non significa meno morti. Significa spesso l'opposto.

La logica che ha prodotto la condanna di Alaa Faraj, arrestare chi è sulla barca, ignorare chi organizza il viaggio, usare testimonianze di dubbia attendibilità per chiudere il caso e mostrare ai cittadini che "lo Stato interviene”, è la stessa logica che ha governato anni di politica migratoria italiana. Il risultato è una prigione piena di migranti poveri e una rete di trafficanti intatta.