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C'è qualcosa di profondamente sbagliato quando una legge pensata per rendere più sicure le città rischia di trasformare in potenziali criminali chi sale in quota con uno zaino in spalla, o porta il gregge al pascolo in malga, e un coltello da campo alla cintura. Eppure è quello che potrebbe accadere con il Decreto-Legge n. 23/2026, ora in fase di conversione parlamentare, che introduce sanzioni severe per chiunque venga trovato fuori dalla propria abitazione in possesso di strumenti a lama affilata o appuntita che superino determinate misure.
Il problema non è il decreto in sé, che risponde a un'esigenza di sicurezza urbana. Il problema è che il testo, nella sua formulazione attuale, non distingue tra chi porta un coltello in una rissa e chi lo porta su un sentiero delle Dolomiti, una falesia da scalare o lungo la traversata degli Appennini. E quella distinzione, per chi vive la montagna, non è un dettaglio: è tutto.
Strumento, non simbolo
Per capire perché la questione tocca nervi scoperti, bisogna allontanarsi dall'immaginario cinematografico del coltello come oggetto di minaccia e avvicinarsi alla realtà di chi frequenta l'alta quota con serietà e competenza. In ambiente alpino e appenninico, il coltello, da quello multiuso (il più famoso è quello svizzero) al coltello da montagna vero e proprio, svolge funzioni che non hanno equivalenti pratici altrettanto efficaci.
Prendiamo un caso concreto: un escursionista rimane impigliato nella cordata durante una progressione su roccia, e una corda si aggroviglia attorno a un arto sotto tensione. Ogni secondo conta, e i guanti da arrampicata rendono impossibile sciogliere il nodo a mano. Chi non ha un coltello a portata di mano si trova in una situazione che può degenerare rapidamente. Chi ce l'ha taglia, e risolve.
O ancora: un ciclista di mountain bike cade in un sentiero isolato in Val di Fassa, in ottobre, con temperature che scendono velocemente all’imbrunire. Ha bisogno di improvvisare una stecca per immobilizzare un arto, oppure di raccogliere del materiale secco per accendere un fuoco di emergenza prima che faccia buio. Senza un coltello, i rami non si preparano, la corteccia non si leviga, l'emergenza si complica.
Non si tratta di scenari estremi o da manuale di sopravvivenza. Si tratta di situazioni che il Corpo Nazionale del Soccorso Alpino e Speleologico e il CAI, il club alpini italiano conoscono bene, perché il gestiscono ogni stagione. E in ognuna di queste situazioni, il coltello è parte della dotazione standard, non un accessorio da avventurieri.


Una cultura lunga centosessantadue anni
Il Club Alpino Italiano ha scritto ai capigruppo di Camera e Senato e al Ministero vigilante per chiedere che venga introdotta una deroga esplicita per le attività escursionistiche, alpinistiche e di soccorso in ambiente naturale. È una richiesta che ha la misura del buon senso: riconoscere che il contesto cambia la natura degli oggetti.
Un coltello in un quartiere di un grande città alle tre di notte ha una valenza. Lo stesso coltello sul sentiero CAI numero 23 che porta al Rifugio Gnifetti, a duemilanovecento metri, ne ha un'altra. Trattarli allo stesso modo non è giustizia, è approssimazione legislativa. Il presidente generale del CAI Antonio Montani lo ha detto con equilibrio istituzionale, scegliendo di non alzare la voce ma di far pesare la storia: da oltre centosessant'anni l'associazione promuove una cultura della montagna responsabile e consapevole. Quella cultura include sapere cosa si porta con sé, perché lo si porta e come lo si usa. Include il rispetto per la natura, per gli altri e per sé stessi. Non include portare un coltello come atto di prepotenza o intimidazione.


Il vuoto che la legge non vede
Secondo i dati del Viminale nel 2024 le lesioni dolose, in cui rientrano anche gli accoltellamenti, sono aumentate del 5,8%, un dato significativo ma non certo un’epidemia. E il punto cieco del decreto è geografico prima ancora che culturale. Le norme che regolano la sicurezza pubblica sono scritte pensando agli spazi urbani: strade, piazze, mezzi pubblici, locali. Ma l'Italia ha quarantamila chilometri di sentieri segnati, ha le Alpi e gli Appennini, ha rifugi e bivacchi, ha un sistema di soccorso alpino tra i più avanzati del mondo. Ha, soprattutto, milioni di persone, famiglie, ragazzi, anziani, alpinisti professionisti e camminatori del fine settimana, che frequentano la montagna con passione e competenza. A cui si aggiungono le decine di migliaia di persone che vivono quotidianamente la montagna per lavoro. Nessuno di loro porta un coltello perché si sente in pericolo. Lo portano perché la montagna richiede autonomia, e l'autonomia richiede gli strumenti giusti. Un coltello da campo non è un segno di aggressività: è un segno di preparazione.
Se il decreto dovesse restare nella sua forma attuale, senza deroghe, ognuno di questi cittadini rischierebbe sanzioni ogni volta che scende a valle dopo un'escursione e transita in un comune prima di tornare a casa. È un paradosso che nessun legislatore, probabilmente, aveva intenzione di creare.


Quello che si chiede
La richiesta del CAI è chirurgica e non ideologica: una deroga esplicita, chiaramente formulata, che tuteli chi pratica attività in ambiente naturale. Non un'esenzione generale, non un salvacondotto. Una norma che riconosca la specificità del contesto montano e la distingua da quello urbano, così come già avviene in molte legislazioni europee che regolano il porto di strumenti da lavoro e da uso specifico.
È una battaglia che vale la pena fare, e che vale la pena seguire nei prossimi mesi, mentre il decreto approda alle Camere per la conversione. Perché in gioco non c'è solo un oggetto. C'è il riconoscimento che la montagna ha le sue regole, la sua logica, la sua cultura, e che chi la frequenta merita di essere capito, non solo tollerato.








