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È la banalità del male la storia di Maria Ida Santopaolo, 29 anni. Di quel male così quotidiano da diventare assolutamente imprevedibile. Un amico della sua compagnia perde la testa per lei e lei… semplicemente non ricambia. Com’è normale che sia, com’è giusto che sia. «Lui era un carissimo amico che conoscevo da anni per via di amicizie in comune, parte della comitiva di amici. Un anno prima dell’aggressione» ci racconta Maria Ida Santopaolo, «lui si dichiara, dice di provare dei sentimenti nei miei confronti ma io gli dico che non ho interessi romantici, non ne ho mai avuti né mai ne avrò. Ovviamente, detto con garbo. Anzi aggiungo che se è interessato a portare avanti questo rapporto di amicizia bene, sennò possiamo allontanarci».
Quando raggiungiamo Maria Ida sono passati tre mesi dall’aggressione. Ma ogni istante di quanto accaduto è nitido nella sua memoria. «Seguono fasi di allontanamento e riavvicinamenti, perché fatica ad accettare la mia decisione… quando vedo che non capisce i miei limiti lo allontano, allora lui torna e mi dice “ho sbagliato, facciamo pace, non ti voglio perdere” finché le cose non diventano un po’ più insistenti». Tanto da mettersi in mezzo anche il gruppo di amici. «Diventa insistente, assillante, con atteggiamenti fastidiosi. Niente di sconvolgente perché non è aggressivo, non alza la voce né fa scenate; anzi, è gentile e pacato. Finché la situazione diventa insostenibile. Lo blocca su tutti i social e anche il gruppo lo allontana perché a causa dell’ossessione che ha sviluppato nei miei confronti finisce per litigare anche con gli altri».
Per qualche mese non lo sente più, fino alla notte dell’aggressione tra l’1 e il 2 giugno. «Sono circa le due di notte, ero uscita con i miei amici dopo cena a bere qualcosa, io torno a casa, vivo da sola nel centro storico… a pochi metri dalla piazza principale. Parcheggio, esco dal portone e me lo trovo alle spalle… voleva parlare… gli dico “ok ma mantieni le distanze perché mi stai facendo paura”. Avevo il telefono in mano e per fortuna faccio partire una chiamata a Daniel, uno degli amici con cui ero uscita. Lui mi dice “non chiamare nessuno”, prende il cellulare e lo butta a terra… io avevo il telecomando di casa in mano con un pulsante antipanico che mi ha fatto installare mio padre e lo faccio suonare… inizio a scappare… con la coda dell’occhio vedo che in macchina ha dei coltelli… lui mi raggiunge, riesce a prendermi e inizia a colpirmi a coltellate… l’aggressione è durata dieci minuti in cui io scappavo e lui mi riprendeva».
Daniel, nel frattempo, che aveva ricevuto la sua chiamata non riuscendo più a mettersi in contatto con Maria Ida chiama Diego, «che abita vicino a casa mia, chiedendogli di fare un salto a vedere che vada tutt0 bene… Diego arriva durante l’aggressione e si mette a gridare: “Franco smettila, ti prego smettila”. Lui che in quel momento era su di me si alza e io scappo verso Diego… Mi mette in macchina e mi porta in ospedale».
Fisicamente che danni hai avuto?
«Circa 80 punti e un mese di malattia… La mia fortuna, mi hanno detto i medici, è stata che quei coltelli non erano molto affilati. Ho avuto tanti tagli sul collo, le spalle, il costato, il viso ma non mi hanno toccato organi vitali e non erano profondi, non tagliavano. Non so se per la lotta o perché lui non era abbastanza forte… poi c’è da dire che non sono piccola, sono alta come lui, certo poi lui aveva l’adrenalina del momento e la volontà di uccidermi… ma mi sono anche difesa».
Tu hai la certezza che lui volesse ucciderti.
«Mi colpiva urlando “muori, ti ammazzo pu+++na e non si è fermato mai… a un certo punto perde i coltelli e cerca di strangolarmi”. Lì è arrivato Diego…».
Grazie a tutti gli uomini buoni della tua vita ti salvi…
«È così. Gli amici, mio padre. Il vicinato, invece, non ha fatto nulla, non è intervenuto, non ha fatto una chiamata, non ha buttato un grido dal balcone… essì che mi hanno sentito urlare e qualcuno mi ha visto. Questo è raccapricciante».


Psicologicamente come stai reagendo?
«Soffro di insonnia, non riesco ad addormentarmi, ho problemi col buio perché non mi sento serena e tranquilla nell’addormentarmi. Il mio corpo è in una fase di iper- vigilanza e quindi anche se so di essere al sicuro mi sento sempre in pericolo… Ho smesso di vivere da sola, sono tornata a casa con i miei… proprio a 30 anni quando pensavo di essere super indipendente e invece… Al lavoro sono tornata, ma per ora part- time».
Come mai hai deciso di parlarne?
«Innanzitutto, io mi sento in forte debito con la vita, mi sento una sopravvissuta e una miracolata per non essere morta quella notte. Quindi è il minimo che posso fare… e dall’altro, mi hanno detto che sono un’eccezione perché sono donna, calabrese e vengo da un piccolo paesino. I numeri non sono dalla nostra parte, chi è nella mia situazione normalmente non parla e men che meno denuncia. Subisce in silenzio».
Tu cosa vuoi davvero?
«Voglio chiedere alle donne che subiscono violenza di denunciare. Rassicurarle che la rete è forte ed è capace di sostenerle, io per prima posso dare una mano perché non è giusto che queste donne restino sole nel loro dolore e, soprattutto, che tutte ci meritiamo di essere salvate…».
Qual è la rete che senti più vicina?
La mia è stata un’aggressione isolata, senza pregressi… e ho una rete familiare e amicale molto forte, sono fortunata… Ma questa esperienza mi ha avvicinato a una serie di esperienze molto più gravi della mia, anche lontane. Sono venuta in contatto con l’assessore alle Pari Opportunità della Calabria, Pasqualina Straface e il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto che hanno messo in piedi una serie di presidi. Io nel mio piccolo sto dando il mio sostengo intervenendo negli incontri a scuola».
Cosa dici alle ragazze che incontri?
«Che l’aiuto deve partire da loro sennò restare intrappolate in queste dinamiche anche a vita è molto semplice. Io mi sento molto piccola davanti al dolore degli altri… nei rapporti sentimentali penso che la chiave di volta sia far capire che certi comportamenti ossessivi, morbosi e violenti non devono essere scambiati per amore o affetto. Il messaggio principale è di volersi un po’ più bene».
Il tuo aggressore adesso?
«È ancora in prigione, è stato arrestato la mattina stessa del 2 giugno in attesa del processo che inizierà in autunno».
Quindi sarai costretta a rivederlo?
«Purtroppo sì, la cosa mi agita ma lo affronterò».
Un’ultima cosa. C’è un elemento di fede nella tua gratitudine?
«Sicuramente sì. Qualcuno da lassù mi ha protetta, mi piace pensarla così».






