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Che in Italia il femminicidio sia considerata una vexata quaestio attesta che il nostro Paese, a differenza di molti altri, ancora non riesce a entrare in una cultura di genere. Eppure i dati sono lì, a conferma di una cronaca che in alcuni momenti prende il tono di un vero e proprio bollettino di guerra. Ragionare sui dati: questo oggi viene chiesto a chi, come persona e come cittadino, ma anche come credente, sa che stare al mondo significa averne consapevolezza storica, socio-politica, etica e, magari, anche teologica.


È quanto ci chiede di fare la terza Indagine sulla Sicurezza delle donne dai 16 ai 75 anni, condotta tra marzo 2025 e gennaio 2026 dall’Istat e il Dipartimento per le Pari Opportunità, portando all’attenzione dati, appunto, che consentono di stimare alcune componenti della violenza subita prima dei 16 anni.
Dal punto di vista sia sociologico che giuridico non si può parlare di una continuità lineare tra la violenza sulle bambine e il femminicidio, anche se sappiamo bene che chi ha subito violenza molto spesso entra in una catena o in una spirale che ingenera altra violenza, agita o subita. Dal punto di vista teologico, però, quegli stessi dati, che feriscono la coscienza civile di chiunque, impongono alcune riflessioni.
La teologia degli ultimi decenni ha ragionato con serietà sul corpo delle donne. L’ha fatto dal punto di vista biblico, ma anche rivisitando la sua lunga tradizione agiografica oppure apologetica o teologico-morale per liberarle da secolari deformazioni, quando non addirittura ossessioni, che hanno fatto del corpo delle donne oggetto di attenzioni spesso ostili e di moniti altrettanto spesso vessatori.
Il corpo delle donne è un “luogo” sul quale la teologia dell’ultimo secolo ha messo alla prova se stessa: rispetto alla necessità di una riconfigurazione dell’ordinamento ecclesiale, certamente, ma ancor prima rispetto a concezioni antropologiche ed etiche oltre che esegetiche. Dimensioni fondative del corpus di riflessioni, prima ancora che di asserzioni, che attestano come la fede di sempre può essere sempre nuova. Se tutto questo è vero, è anche vero d’altra parte che per dei teologi e, ancor di più, per delle teologhe il rapporto Istat da poco reso pubblico chiede probabilmente di interrogarsi in modo nuovo.
Sapere che tre milioni di donne, il 15,3 per cento delle italiane e l’11,4 delle cittadine straniere, dichiarano di aver vissuto abusi fisici o sessuali da piccole, prima dei 16 anni, e, di queste, l’8,3 per cento addirittura prima dei sei anni sgomenta perché apre uno squarcio drammatico sulla nostra vita quotidiana. Si tratti di violenza subita o assistita, poco importa: il dato, che ferisce nel più profondo mente e cuore di qualsiasi osservatore perché rimanda a contestualizzazioni a dir poco ripugnanti come quella della famiglia, del vicinato, delle reti di prossimità, chiede alla riflessione teologica, ma anche all’azione pastorale, di affrontare con grande serietà il lato oscuro di un asse portante della dottrina e della pastorale cattolica.
L’incipit dell’esortazione apostolica Amoris laetitia recitava: «La gioia dell’amore che si vive nelle famiglie è anche il giubilo della Chiesa». Se questo è vero, deve essere altrettanto vero che la violenza che si vive nelle famiglie è motivo di lutto per la Chiesa. Oggi, a dieci anni di distanza e di fronte a dati che, peraltro, mettono in luce solo la punta dell’iceberg di una realtà tanto oscura quanto dolorosa, la teologia non può fare a meno di mettersi dalla parte delle bambine e domandarsi realisticamente come salvare le famiglie da se stesse.










