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"Zapatos Rojos" installazione artistica contro il femminicidio, dell'artista e attivista messicana Elina Chauvet, in piazza Campo Santo Stefano, 30 - 31 agosto 2024
Tre milioni di donne tra i 16 e i 75 anni hanno subito violenza… Tre milioni di donne. Sono dati raccapriccianti quelli dell'ultimo report Istat. Ne parliamo con Sabrina Frasca, responsabile dell’Area Sviluppo della Rete Nazionale Differenza Donna. «Sì, sono dati impressionanti, ma purtroppo ci confermano qualcosa che sappiamo da tempo: la violenza contro le donne non è un fenomeno emergenziale, è un fenomeno strutturale e culturale, profondamente radicato nella nostra società e nelle relazioni tra uomini e donne».
«Quello che sta cambiando» prosegue «è anche la capacità delle donne di riconoscere e nominare la violenza subita. Le donne si vergognano sempre meno, si sentono sempre meno responsabili di quello che hanno subito e trovano più spesso la forza di raccontarlo e denunciarlo. Questo fa emergere una violenza che per moltissimo tempo è rimasta nascosta. Per questo numeri così alti non devono portarci a pensare semplicemente che oggi ci sia più violenza: ci dicono anche che oggi una parte maggiore di quella violenza diventa visibile. Ed è un passaggio fondamentale, perché ciò che emerge può essere riconosciuto, contrastato e prevenuto».


L'altra faccia di questi dati è che ci sono 3 milioni di uomini violenti?
«Quello che questi dati ci confermano è che dietro milioni di donne che hanno subito violenza ci sono milioni di uomini che quella violenza l’hanno agita. Non possiamo affermare che siano esattamente tre milioni, perché uno stesso uomo può aver agito violenza su più donne e una stessa donna può averla subita da più uomini. Ma il dato ci impone di spostare lo sguardo dalle donne che subiscono agli uomini che agiscono. E ci dice anche qualcosa di più».
Ovvero?
«Che questi uomini condividono, in forme e gradi diversi, una cultura nella quale la violenza, il controllo e il dominio sulle donne possono essere percepiti come possibili o legittimi. È qui che emerge con forza la natura strutturale e culturale della violenza maschile contro le donne. Il rapporto ci mostra inoltre che, soprattutto nella violenza sessuale, gli autori sono quasi sempre uomini e molto spesso sono persone conosciute: familiari, amici, amici di famiglia, conoscenti. Questo ci obbliga a superare l’immagine rassicurante dell’aggressore sconosciuto: la violenza può essere agita proprio all’interno delle relazioni quotidiane, affettive e familiari e nei luoghi che dovrebbero essere più sicuri».
Questi 3 milioni di donne hanno subito almeno una forma di violenza fisica o sessuale prima dei 16 anni, violenze che si sono verificate soprattutto da parte di persone conosciute o in ambito familiare... in ambito familiare, viene da piangere…
«È questo uno degli aspetti che colpiscono di più: la violenza molto spesso non arriva da uno sconosciuto, ma da uomini conosciuti, persone che fanno parte della vita quotidiana della bambina, delle sue relazioni familiari, affettive e di fiducia. Possono essere familiari, amici, amici di famiglia, conoscenti. E quando la violenza avviene proprio dentro una relazione che dovrebbe rappresentare protezione e sicurezza, diventa ancora più difficile riconoscerla e raccontarla. L’altro dato fondamentale è infatti il silenzio: la maggior parte delle bambine che subisce violenza sessuale non ne parla con nessuno. Non perché scelga liberamente di tacere, ma perché spesso non ha gli strumenti per comprendere quello che sta accadendo, può avere paura, può sentirsi responsabile o può dipendere proprio dalla persona che sta agendo la violenza. Per questo non possiamo lasciare alle bambine la responsabilità di chiedere aiuto. È il mondo adulto che deve essere capace di vedere, riconoscere i segnali, ascoltare e intervenire. E questo significa lavorare sulla formazione di insegnanti, personale sanitario, servizi sociali e di tutte le persone adulte che possono rappresentare un punto di riferimento».
Un altro aspetto del rapporto che merita attenzione è che vivere in un clima di violenza rende più vulnerabili: le donne che assistono alla violenza sia verbale sia fisica da piccole sono anche quelle che, sempre da piccole, hanno subito più violenze fisiche e/o sessuali.
«Sì, ed è uno degli aspetti più importanti di questa ricerca. Crescere in un contesto familiare segnato dalla violenza espone bambine e bambini alla violenza anche quando non ne sono direttamente vittime. La violenza assistita non è qualcosa che semplicemente si vede: incide profondamente sul modo in cui si costruiscono le relazioni, si riconoscono i propri confini e quelli degli altri, si impara cosa è accettabile all’interno di un rapporto affettivo. Per questo è fondamentale intervenire molto presto, e l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole è uno degli strumenti essenziali di prevenzione. Significa dare a bambine, bambini, ragazze e ragazzi gli strumenti per riconoscere relazioni basate sul rispetto e sulla reciprocità, parlare di consenso, libertà, desiderio, confini, stereotipi e ruoli di genere. Significa anche permettere a chi sta vivendo una situazione di violenza di avere le parole per riconoscerla e raccontarla. Se vogliamo interrompere la trasmissione di modelli relazionali fondati sul controllo, sul possesso e sulla sopraffazione, dobbiamo costruire fin dall’infanzia una cultura diversa delle relazioni».
Da dove si riparte? Chiudo sempre con questa domanda perché mi sembra un fiume che continua a rompere gli argini... ma non mi rassegno all'idea che non si possa fare nulla.
«Dobbiamo ripartire innanzitutto dalla prevenzione, e quindi dall’educazione sessuo-affettiva nelle scuole. Dobbiamo dare alle nuove generazioni gli strumenti per costruire relazioni fondate sul rispetto, sul consenso, sulla libertà e sulla parità, contrastando fin dall’infanzia stereotipi, controllo e possesso. Ma dobbiamo anche investire nella formazione di tutta la rete antiviolenza: forze dell’ordine, magistratura, servizi sociali e sanitari, scuola. Una donna che chiede aiuto deve incontrare, in ogni punto della rete, persone capaci di riconoscere la violenza e di rispondere senza giudicarla, colpevolizzarla o esporla a una nuova vittimizzazione. E poi c’è una questione fondamentale: la libertà ha bisogno di condizioni materiali per poter essere esercitata. Servono politiche strutturali per l’autonomia economica delle donne, non soltanto per quelle che hanno già intrapreso un percorso di uscita dalla violenza: lavoro, reddito, servizi di welfare e conciliazione. E servono politiche per l’autonomia abitativa, perché troppo spesso la possibilità di allontanarsi da un uomo violento si scontra con l’impossibilità concreta di avere una casa e sostenere sé stesse e i propri figli. Senza possibilità di scelta non può esserci una vera protezione dalla violenza. Prevenire e contrastare la violenza significa quindi anche costruire le condizioni economiche, sociali e abitative che consentano alle donne di essere realmente libere di scegliere della propria vita».










